Coordinamento per la Pace – Trapani


LA PAURA DEL VIRUS E IL VIRUS DELLA PAURA

Non avremmo mai immaginato di ricordare il ventunesimo anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea per immigrati “Serraino Vulpitta” in un contesto mondiale dominato da una pandemia.
Questa emergenza planetaria ha stravolto la vita di tutti, letteralmente. Le ripercussioni sociali, politiche ed economiche sono e saranno enormi da un punto di vista collettivo, così come altrettanto gravi saranno le ferite psicologiche e relazionali che ciascun individuo porterà con sé.

Su un piano politico, la pandemia ha offerto ai governi la possibilità di affinare una serie di dispositivi di controllo sociale e di disciplinamento che non si erano mai visti prima, quanto meno nel mondo occidentale, in tempi di pace.

Fughiamo ogni dubbio prima di proseguire nel ragionamento: noi non siamo negazionisti e non abbiamo alcun dubbio sulla oggettiva pericolosità del Covid-19. Siamo altresì convinti che sia necessario che ogni persona assuma comportamenti responsabili per la salute propria e degli altri adottando ogni accorgimento utile.

Cionondimeno, non possiamo esimerci da una riflessione sull’estrema pericolosità dei provvedimenti repressivi che nel corso di questo anno sono stati sperimentati in Italia sul corpo sociale. Abbiamo assistito a una implementazione tanto ossessiva quanto contraddittoria della decretazione d’urgenza da parte del governo. Abbiamo visto sindaci e presidenti di regione convinti di essere dei piccoli dittatori, impegnati a emettere ordinanze gratuitamente persecutorie, accecati da un delirio di onnipotenza giustificato dall’emergenza sanitaria. Durante i mesi della chiusura totale del paese, l’opinione pubblica è stata bombardata da messaggi retorici e propagandistici finalizzati al reclutamento collettivo per questa presunta “guerra al coronavirus”. Nel delirio nazionalista, a metà tra il patetico e il ridicolo, venivano appesi i tricolori alle finestre, ai bambini si facevano disegnare gli arcobaleni, e ogni pomeriggio si accendeva lo stereo per diffondere l’Inno di Mameli.

“Andrà tutto bene” ci dicevano.

Nel frattempo, gli ospedali del Nord Italia andavano al collasso e le persone continuavano a morire, a migliaia. Medici e infermieri si ammalavano perché non avevano nemmeno le mascherine, alla faccia della retorica su “i nostri eroi”.
Mentre una nazione intera veniva chiusa in casa, i lavoratori della sanità sono stati abbandonati a loro stessi, le grandi fabbriche del Nord non hanno mai sospeso la loro attività e così il virus ha continuato a viaggiare velocemente sulle gambe dei pendolari che affollavano i mezzi pubblici per recarsi al lavoro. Mentre in Tv e sui giornali si puntava il dito contro chi usciva di casa, da solo, per fare jogging al parco, le fabbriche di armi restavano aperte e operative, perché annoverate tra le “attività essenziali” dal decreto del presidente del consiglio.
Mentre ovunque ci veniva detto di “restare a casa”, non si è mai proceduto a una seria mappatura del contagio necessaria all’adozione di provvedimenti più efficaci e razionali. In questa disgustosa fiera dell’ipocrisia esercitata letteralmente sulla pelle degli italiani, in pochissimi hanno denunciato con chiarezza che la classe dirigente che oggi pontifica sulla salute e sulla sicurezza degli italiani è la medesima classe dirigente che ha distrutto il sistema sanitario nazionale negli ultimi trent’anni.
Oggi paghiamo a carissimo prezzo tutti i tagli alla sanità, le chiusure di molti ospedali, la drastica riduzione dei posti letto, il depotenziamento dell’assistenza territoriale, la privatizzazione selvaggia dei servizi, il blocco delle assunzioni del personale medico e infermieristico.
Va detto chiaro e tondo che i veri responsabili di questo sfacelo sono quegli stessi politicanti che per mesi hanno vestito i panni dei moralizzatori per censurare i comportamenti dei cittadini accusandoli di essere degli irresponsabili o dei criminali.

Il governo italiano ha avuto sei mesi di tempo per correre ai ripari e affrontare decentemente quella che tutti chiamano adesso la “seconda ondata” e che tutte le persone mediamente accorte sapevano si sarebbe verificata.
E invece, nulla.
Le forti pressioni da parte del padronato e di Confindustria rispetto alla necessità di far ripartire l’economia e il turismo hanno avuto come unico risultato la ripresa esponenziale dei contagi, anche in quelle aree del paese che fino ad allora se l’erano cavata. Tra provvedimenti governativi demenziali e ipocriti (come la riapertura estiva delle discoteche, poi subito chiuse), nelle fabbriche – quelle grosse – non si è mai smesso di lavorare e i mezzi di trasporto pubblici non sono mai stati potenziati per decongestionare l’affluenza. Ci si è accapigliati per settimane sulle scuole (scuole che, specie al Sud, continuano a cadere a pezzi) costringendo poi gli studenti alla didattica a distanza senza pensare a soluzioni meno lesive del diritto all’istruzione e alla fruizione degli spazi scolastici.

Lo stato si è dimostrato incapace di garantire il giusto ristoro economico alle attività che si erano fermate, e per moltissimi italiani la Cassa integrazione è stata un vero e proprio dramma a causa dei gravissimi ritardi nell’erogazione del denaro.
Quando si tratta di finanziare le missioni militari o l’acquisto di armi, però, i soldi si trovano sempre e subito. Quante terapie intensive si possono allestire con i soldi spesi per un cacciabombardiere?

La paura del virus, tanto umana quanto comprensibile, ha generato un’infezione altrettanto temibile: il virus della paura.
Lo scenario distopico in cui siamo immersi si alimenta non solo delle azioni del governo ma anche dall’angoscia di morte che, in molti casi, ha dato luogo a comportamenti ossessivi da parte dei singoli cittadini. La paura del virus, in molti casi, è stata rielaborata con la solita costruzione del capro espiatorio: all’inizio era tutta colpa dei cinesi, poi di tutti gli altri immigrati, e così via. Nella ricerca spasmodica di un “untore”, molti cittadini hanno assunto atteggiamenti odiosamente delatori per segnalare alle autorità, anche in maniera pretestuosa, i presunti trasgressori dei divieti governativi.
In questa surreale interruzione della cosiddetta normalità, non hanno aiutato le dichiarazioni spesso ambigue e contraddittorie da parte di alcuni esponenti del mondo scientifico sulle origini e i possibili rimedi alla malattia che hanno involontariamente dato fiato ai deliri negazionisti e complottisti cavalcati strumentalmente da reazionari e fascisti, sia in Italia che all’estero.

Non è certo la prima volta che l’umanità è costretta a fare i conti con una pandemia. Come sempre le conseguenze peggiori sono patite dai soggetti più deboli e da quelle fasce della popolazione la cui “normalità” è scandita dalla povertà e dalla marginalità. In uno stato d’eccezione come quello che stiamo vivendo, queste problematiche sono addirittura esacerbate.
Per esempio, ci sembrano significativi, sul fronte dell’immigrazione in Italia, i dati emersi nel Dossier statistico 2020 realizzato da Idos. Lo studio dimostra che lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, specialmente in agricoltura, è sensibilmente peggiorato in un quadro di generale aumento della precarietà e della discriminazione, ulteriormente aggravato dall’emergenza sanitaria. A ben vedere, tutti i lavoratori in nero, tutti gli sfruttati, tutti i sottopagati, tutte le persone – di qualunque nazionalità – che si arrangiano per tirare a campare sono state travolte dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia.
Nel nostro territorio ha tenuto banco per diverso tempo la drammatica situazione del centro di accoglienza di Valderice adibito a centro per la quarantena, con numerosi episodi di tensione, tentativi di fuga e rivolte che hanno dato origine a vibranti proteste da parte dei cittadini esasperati. Purtroppo è un copione destinato a ripetersi, dal momento che gli immigrati costretti alla clandestinità hanno molta più paura di finire dentro a un centro di detenzione o di essere rimpatriati, piuttosto che di ammalarsi di Covid-19.

Il coronavirus ha sostanzialmente svelato tutti i limiti e le contraddizioni del modello sociale ed economico dominante. Il fenomeno dello spillover (il salto di specie) che con ogni probabilità è all’origine di questa infezione, è strettamente legato all’invasività dell’attività umana sulla natura e al carattere predatorio dell’economia capitalistica sulle risorse planetarie. Allo stesso tempo, il coronavirus ha messo drammaticamente a nudo l’estrema fragilità di un sistema che per mantenere i profitti e i privilegi di poche persone, continua a massacrare la maggior parte della popolazione mondiale attraverso la privazione di diritti fondamentali come, in questo caso, il diritto alla salute e a cure efficaci uguali per tutti.

In questo scenario desolante la speranza arriva, ancora una volta, dalle tante reti autogestite che in tutta Italia (e non solo) hanno cercato di far fronte ai durissimi mesi del lockdown attraverso azioni di solidarietà concreta destinate alle persone più in difficoltà, a dimostrazione del fatto che il mutuo appoggio e il sostegno reciproco sono il miglior vaccino contro il virus della paura.

Chiudiamo la nostra riflessione sull’anno appena trascorso, nell’anniversario del rogo del “Vulpitta”, rivolgendo il nostro pensiero ai quattordici detenuti morti in seguito alle rivolte di marzo scoppiate in molte carceri italiane. La paura del virus, il terrore del contagio alla luce del perenne sovraffollamento degli istituti di pena, e il divieto alle visite dei parenti scatenarono il panico e la rabbia dei carcerati. Le rivolte furono represse nel sangue.
Quattordici morti dei quali nessuno ha mai più voluto parlare. Un’altra strage di stato che si aggiunge alla lunga scia di sangue con cui viene tracciata la strada della cosiddetta democrazia.
Tranquilli, però: “Andrà tutto bene”.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2020



VENT’ANNI DI INGIUSTIZIE

Nessun-essere-umano-e-illegale

Vent’anni fa si consumava a Trapani la più grande tragedia dell’immigrazione legata all’universo detentivo costituito dai centri di permanenza temporanea.
Il rogo in cui persero la vita Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim all’interno del “Serraino Vulpitta” rimane un momento fondamentale per comprendere il dramma dell’immigrazione in Europa. Una strage avvenuta sulla terraferma, a due passi dalle nostre case, all’interno di una struttura voluta e concepita dalle istituzioni per annientare la libertà degli “indesiderati”. Una tragedia per la quale la giustizia italiana non seppe individuare alcun colpevole.
Se dovessimo fermarci ai numeri, la storia delle migrazioni contemporanee ha certamente registrato (e continua purtroppo a farlo) stragi ben più consistenti.
Non è una questione di numeri, ovviamente. Anche una sola esistenza sacrificata sull’altare delle frontiere rappresenta un delitto insopportabile nei confronti dell’umanità intera. Proprio per questo motivo, le sei vittime del “Serraino Vulpitta” continuano a chiamarci in causa, ancora oggi.

Dopo vent’anni, nell’analisi della fase attuale, siamo costretti – ancora una volta – a denunciare le problematiche di sempre.
I centri di detenzione (che oggi si chiamano CPR – Centri per il Rimpatrio) sono ancora attivi, anche se in misura ridotta. I canali legali di ingresso in Italia sono sempre inaccessibili con il risultato che la gente continua ad affrontare viaggi pericolosissimi per mare e per terra.
La criminalizzazione nei confronti dei migranti e di tutte le minoranze continua ad avvelenare il clima politico già abbastanza intossicato dalla propaganda dei cosiddetti “sovranisti” (un eufemismo dietro al quale si nascondono i soliti razzisti e fascisti) e dai loro media di riferimento.
Nel momento in cui scriviamo, le navi Mare Jonio e Alex (della piattaforma solidale Mediterranea) e la Eleonore della Ong Lifeline sono ancora bloccate nei porti per effetto del decreto sicurezza bis e della feroce campagna politica e mediatica che si è dispiegata negli ultimi due anni contro le organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare aperto. Pertanto, se qualcuno aveva sperato in un qualche segnale di discontinuità con l’insediamento del nuovo governo e la scomparsa della Lega dall’esecutivo, ha fatto male i conti.
Tanto per fare un esempio, con una circolare del 19 Dicembre il Ministero dell’Interno ha dato esecuzione a quanto previsto dal primo decreto sicurezza voluto dall’ex ministro Matteo Salvini: l’abrogazione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Questo significa che dal 1° Gennaio i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria saranno esclusi dal sistema dell’accoglienza con tutte le prevedibili conseguenze in termini di precarietà, impoverimento, disperazione. Un rischio concreto di fronte al quale, solo nelle ultime ore, il Viminale ha promesso che nessuno sarà lasciato per strada. Vedremo.
Di sicuro, le uniche condizioni che, nel corso degli anni, si sono mantenute costanti sono quelle che garantiscono lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati (come nelle campagne della provincia di Trapani, ad esempio), la tratta delle prostitute, la clandestinità diffusa, i lauti affari del padronato e delle mafie sotto lo sguardo indolente e complice delle stesse istituzioni.
Nonostante l’intollerabilità di un sistema profondamente ingiusto e ipocrita, la propaganda razzista ha sfondato nell’immaginario collettivo della società italiana, sempre più carica di livore e disprezzo nei confronti degli immigrati, considerati – oggi più di ieri – il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona in questo paese.
A noi sembra, invece, che le cause della crisi dalla quale l’Italia non sembra in grado di uscire siano riconducibili a ben altro. Non è colpa degli immigrati se in Italia il lavoro non c’è o, se c’è, è sottopagato e precario. E non è colpa degli immigrati se in molte aree del paese (specialmente al Sud) si stanno consumando veri e propri drammi occupazionali (si pensi all’Ilva di Taranto, alla Whirlpool di Napoli, ad Almaviva a Palermo, alla Blutec di Termini Imerese, ma anche alla clamorosa chiusura di Mercatone Uno a Bologna o alla crisi delle acciaierie di Piombino).
E, restando ancorati a questo territorio, non ci sembra che sia stato per colpa degli immigrati se l’aeroporto civile di Birgi è sprofondato nella crisi che tutti conosciamo o se i Cantieri navali di Trapani sono andati letteralmente in malora.

Le responsabilità del disastro del sistema paese vanno ricercate, invece, in una classe politica impreparata e impresentabile, nella ferocia di un sistema capitalistico sempre più vorace e predatorio, nel progressivo indebolimento della coscienza civile e democratica di tutto il corpo sociale, sempre meno abituato a battersi per i propri diritti, sempre meno capace di distinguere le vittime dai carnefici, sempre meno avvezzo a riconoscere i soprusi e a valorizzare la solidarietà.
Eppure, un’altra Italia c’è e resiste, lo sappiamo bene. È l’Italia delle lotte che, seppur frammentate, cercano di porre un argine al dilagare della barbarie, alla devastazione dei territori, all’inquinamento, alla militarizzazione. È l’Italia delle associazioni e degli individui che si mobilitano per salvare vite umane contrastando materialmente gli effetti nefasti delle politiche razziste. C’è un’Italia che – da Nord a Sud – costruisce reti solidali per far fronte alla povertà, ai licenziamenti, alla mancanza di lavoro o di alloggi, al razzismo, alle discriminazioni di ogni tipo.
È un’Italia la cui voce viene sommersa dagli strepiti di un dibattito pubblico sguaiato e intossicato. In questo senso, ci sembra assai condivisibile pretendere dai politici un linguaggio più sobrio e una comunicazione istituzionale più trasparente e meno aggressiva. Ed è altrettanto condivisibile la mobilitazione per l’abolizione del decreto sicurezza, ci mancherebbe altro. Ma quando il doveroso contrasto alle destre razziste e fasciste è stimolato quasi esclusivamente da mere esigenze elettorali, senza essere sostenuto da una analisi complessiva delle dinamiche sociali e politiche che ci hanno portato alla condizione attuale, il rischio è quello di non cogliere le contraddizioni del sistema e le responsabilità vecchie e nuove dei finti progressisti che governano il paese e che, di fatto, spianano la strada alle oscene provocazioni dei reazionari.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2019



IL GOVERNO DELLA PAURA

L’anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” cade in uno dei periodi più bui nella storia di questo paese. Il progressivo attacco ai diritti umani e alle libertà civili, portato avanti da vent’anni senza sostanziali differenze da governi di ogni colore, sta raggiungendo il suo apice grazie all’esecutivo guidato da Lega e Movimento Cinque Stelle.
Il cosiddetto “decreto sicurezza”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, è un formidabile strumento repressivo che colpisce in primo luogo gli immigrati ma che non risparmia, più in generale, tutti i soggetti vulnerabili che – secondo questa logica abietta – vengono criminalizzati proprio per la loro marginalità.

Per quanto riguarda l’immigrazione, a diciannove anni dal rogo del Vulpitta, le cose sono addirittura peggiorate.
Con la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (che consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale) migliaia di persone vedranno andare in pezzi la loro vita e le loro speranze, non potranno uscire dal territorio nazionale ma non potranno neanche restarvi in maniera regolare.

I Centri per il Rimpatrio (CPR) costituiscono la lugubre riproposizione di quelli che furono i CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e i CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione), strutture che ben conosciamo e la cui natura concentrazionaria viene rilanciata dal governo “giallo-verde” con l’allungamento fino a 180 giorni del periodo di detenzione: sei mesi dietro le sbarre per la sola colpa di essere immigrati, di non essere europei e di non avere i documenti. A Trapani – dalle parti di Milo – ci si prepara all’ennesimo cambio di denominazione del CPT-CIE-Hotspot-CPR, alla faccia dei bei discorsi sulla “città dell’accoglienza”: il bando di gara per la nuova gestione del vecchio lager trapanese è già stato pubblicato.

Il drastico ridimensionamento del sistema Sprar (che verrà riservato solo ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati) espellerà dal circuito dell’accoglienza un numero enorme di persone che si ritroveranno tagliate fuori da ogni opportunità di inclusione.

A dispetto della propaganda del governo, dunque, questo decreto produrrà solo e soltanto insicurezza.
Ancora una volta, infatti, le norme in materia di immigrazione sono orientate all’esclusione e alla marginalizzazione.
Limitare e restringere il ventaglio dei diritti significa aumentare l’irregolarità e la precarietà.
Come in ogni approccio proibizionistico, l’effetto di questo decreto sarà l’esatto contrario della tanto sbandierata sicurezza: da questo momento, infatti, molte più persone saranno costrette a vivere nella clandestinità, nella paura, senza tutele, senza diritti, sotto il ricatto del bisogno. Una vera bomba sociale innescata dal governo che, in questo modo, prepara il terreno per ulteriori persecuzioni.
È bene chiarire che l’oggettivo peggioramento della situazione non presenta elementi di significativa discontinuità rispetto al passato perché si colloca sulla stessa scia dell’azione del precedente governo targato PD. Non furono casuali, in tal senso, gli apprezzamenti che Salvini riservò, appena insediatosi al Viminale, al suo predecessore Marco Minniti.

Come abbiamo sempre sostenuto, la gestione repressiva dell’immigrazione rappresenta un terreno di sperimentazione per la compressione dei diritti e della libertà di tutti. È questo che bisogna capire: la guerra agli immigrati è, in realtà, una guerra scatenata contro tutti i cittadini, specialmente i più poveri. In questo decreto sono presenti, infatti, delle norme che inaspriscono le sanzioni per pratiche come il blocco stradale (che diventa reato penale) o l’occupazione di edifici (fino a quattro anni di reclusione). È evidente il carattere intimidatorio del provvedimento nei confronti di chi vorrà, ad esempio, mettere in pratica delle semplici azioni dimostrative nell’ambito di una manifestazione o di uno sciopero di lavoratori, così come sono avvisati tutti quelli che, non avendo un tetto sopra la testa, si ritrovano a occupare i tantissimi spazi abbandonati che ci sono nelle nostre città. Anche l’estensione della pistola elettrica (Taser) alle polizie locali delle grandi città va nell’inquietante direzione, già tracciata dai ministri Alfano e Minniti, di uno stato di polizia in cui le forze dell’ordine sono sempre più armate.

Siamo ben consapevoli che la criminalità dell’azione del governo va di pari passo con l’aumentare delle pulsioni antisociali e autoritarie che innervano il paese. Ricorderemo il 2018 per il dilagare delle aggressioni razziste e degli episodi di intolleranza in tutta Italia (Sicilia compresa); per l’attentato terroristico a Macerata del nazista Traini (già candidato con la Lega Nord nel 2017); per la vergognosa vicenda della nave Diciotti attraccata al porto di Trapani con 67 persone tenute in ostaggio; per l’incredibile arresto del sindaco di Riace, colpevole di aver dimostrato con i fatti che è possibile fare accoglienza ricostruendo intere comunità; per l’inaudito accanimento della magistratura nei confronti delle Organizzazioni Non Governative la cui azione umanitaria viene boicottata e criminalizzata con i pretesti più disparati.

Sono tempi difficilissimi, inutile nasconderlo. A maggior ragione, tutte le donne e tutti gli uomini che non si riconoscono nella brutalità di questo presente sono chiamati a resistere e a non rassegnarsi.
Alle bufale bisogna contrapporre la verità dei fatti, al qualunquismo bisogna reagire con la responsabilità, all’odio generato da malafede e ignoranza bisogna contrapporre la solidarietà per far fronte comune contro chi agita paure irrazionali e inesistenti divisioni per esercitare meglio il proprio dominio.
Piuttosto che pensare al futuro, o a tempi migliori di là da venire, è necessario ri-costruire qui e ora – nelle relazioni sociali, in tutti i luoghi e in tutte le occasioni possibili – un tessuto solidale e civile che sappia arginare e depotenziare ogni attacco che viene fatto al buon senso e all’umanità, da qualunque parte provenga.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2018 (19° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)



L’UMANITÀ È UN CRIMINE

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L’anno che sta per concludersi sarà ricordato per l’introduzione di un nuovo, inedito, crimine: il reato di umanità.
Per il momento, questo delitto non è stato ancora inserito tra le pagine del codice penale ma l’offensiva mediatica con la quale le istituzioni hanno imbastito la criminalizzazione delle Organizzazioni Non Governative (Ong) che si occupano dei salvataggi in mare dei migranti in pericolo di vita, ha di certo creato una pericolosa falla nell’immaginario comune.
La Procura della Repubblica di Catania – seguita a ruota da quella di Trapani – si è prodigata infatti in un’azione politica che non solo stride pesantemente con l’indipendenza dei poteri su cui dovrebbe fondarsi uno stato di diritto, ma alimenta una pericolosa cultura del sospetto che mira a delegittimare i soggetti che agiscono autonomamente per salvare le vittime delle frontiere europee.
L’intento, neanche tanto nascosto, è marchiare con l’infamia dell’associazione a delinquere le organizzazioni umanitarie, a meno che queste non rinuncino del tutto alla loro indipendenza per sottomettersi al controllo governativo.
In questo senso, il “decalogo” imposto dal ministro Minniti alle Ong ha suggellato politicamente quei teoremi giudiziari con un curioso meccanismo che potremmo definire di “presunzione di colpevolezza”. Le Ong, nonostante abbiano sempre rivendicato l’assoluta trasparenza della loro condotta, sono state chiamate a discolparsi preventivamente dall’accusa di essere colluse con i trafficanti di uomini consentendo di essere controllate e imbrigliate dallo stato italiano.

Al contrario, l’Italia non ha dimostrato alcun imbarazzo nel collaborare fattivamente con i criminali libici. Gli accordi tra il nostro paese e la Libia di Fayez al Sarraj prevedono soldi, armi, equipaggiamento e addestramento a beneficio delle milizie libiche con l’obiettivo di delegare a loro la repressione dei flussi migratori. In questo modo, la frontiera viene spostata più a Sud e – per così dire – esternalizzata: i barconi intercettati, se non affondano, vengono fatti tornare indietro e i migranti vengono rinchiusi nei centri di detenzione libici in condizioni aberranti tra stupri, torture, abusi e riduzione in schiavitù.
Ed è così che il governo a guida PD canta vittoria: gli sbarchi sono diminuiti, chi arriva in Italia viene più facilmente smistato negli hotspot, l’opinione pubblica viene rassicurata. Infine, il recente annuncio della nuova missione militare italiana in Niger (per combattere – dicono – le milizie islamiste e contrastare il traffico di esseri umani in un’ottica di “Mediterraneo allargato”) conferma e rilancia questa strategia di guerra all’immigrazione a tutto tondo.

Per quanto riguarda le persone che, invece, riescono a metter piede sul suolo italiano, le pastoie di una burocrazia lenta ed esasperante continuano, oggi come ieri, a tutelare solo gli interessi del padronato, dei caporali e dei mafiosi italiani. In attesa di un pezzo di carta che gli sblocchi la vita, i migranti vengono sfruttati vergognosamente nelle nostre campagne (da Campobello di Mazara ad Alcamo, da Vittoria a Catania, ecc.), pagati una miseria, senza diritti, senza assistenza medica, costretti a dormire all’aperto, in baraccopoli piene di rifiuti, in condizioni indegne di un paese civile.
Ma per il governo italiano la civiltà si misura con altri parametri. Civiltà fa rima con decoro e legalità: i poveri non sono graditi e devono sparire dalla nostra vista con i “Daspo urbani”, con gli sfratti delle case occupate, con le ordinanze che vietano persino di chiedere l’elemosina per la strada.

Eppure, nonostante sia sotto gli occhi di tutti la matrice autoritaria, razzista, classista e militarista di queste politiche, gli esponenti del Partito democratico e del governo hanno anche il coraggio di lanciare accorati appelli alla vigilanza contro la recrudescenza delle iniziative neofasciste in tutta Italia.
A nostro avviso, una buona fetta di responsabilità politica nello sdoganamento dei fascisti e delle loro idee ce l’ha proprio il centrosinistra italiano che si è reso complice – insieme alla destra – della costante involuzione reazionaria di questo paese negli ultimi vent’anni.
Infatti – oltre alle squadracce di delinquenti fascisti (contro le quali è necessario ricostruire un argine culturale e politico che sia davvero efficace) – quello che ci preoccupa di più è il palpabile diffondersi, all’interno del corpo sociale, dell’odio e del rancore nei confronti delle persone più vulnerabili.
Le opinioni della gente comune sono intrise di veleno, di menzogne e di pregiudizi. Che si tratti di leggende metropolitane amplificate furiosamente sui social (“i migranti negli alberghi”, “i trenta euro intascati da ogni migrante”, “ci rubano il lavoro”, “sono tutti terroristi”, ecc.) o di argomentazioni affrontate nei salotti televisivi, il dibattito pubblico è ormai condizionato da una drammatica assenza di razionalità e di empatia.
Una maggiore razionalità aiuterebbe, infatti, a riconoscere i veri responsabili dello sfacelo che viviamo ogni giorno, in Italia e nel mondo: una classe politica indecorosa e autoreferenziale, il turbocapitalismo delle multinazionali e dei mercati finanziari, gli imprenditori che licenziano, i mafiosi che strozzano l’economia, la corruzione che divora tutto, una legislazione sempre orientata alla precarizzazione del lavoro, l’insostenibile ineguaglianza nella distribuzione delle risorse, l’inquietante corsa agli armamenti per promuovere vecchi e nuovi conflitti.
Una maggiore empatia aiuterebbe, poi, a capire che nessuno sceglie il posto o le condizioni in cui nascere, che basterebbe anche solo mettersi per un attimo nei panni degli altri per capire che il mondo in cui viviamo è talmente complesso da non potere liquidare certi problemi con soluzioni sbrigative, e che non è certo colpa degli immigrati e degli oppressi se esistono le ingiustizie sociali.

Maggiore razionalità e maggiore empatia, più testa e più cuore, sono i migliori antidoti alla guerra tra poveri, al razzismo, al fascismo.
Dietro alle statistiche e agli articoli su sbarchi e naufragi o su conflitti e immigrazione, ci sono donne e uomini come noi, ciascuno meritevole della massima comprensione e della massima solidarietà. Nessuno di noi accetterebbe di subire discriminazioni, sfruttamento e odio senza sentirsi offeso nella propria umanità.
Quella stessa umanità che, oggi, viene messa proditoriamente sul banco degli imputati.

Coordinamento per la Pace – Trapani

Ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim – vittime del rogo nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta”.

28 Dicembre 2017



MERRY CRISIS AND A HAPPY NEW FEAR
30 dicembre 2016, 13:53
Filed under: Antirazzismo, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Pace, Territorio

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La strage nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani non smette di parlarci, a distanza di diciassette anni, con la potenza evocativa di un fatto brutale che si proietta, ancora oggi, sulla cronaca di ogni giorno.
Dopo tutti questi anni, lo scenario globale è drasticamente peggiorato. I flussi migratori sono aumentati, e davvero non potrebbe essere altrimenti.
Dalla polverizzazione del Medioriente, dove le potenze straniere muovono le loro pedine a tutela di inconfessabili interessi, passando per il martoriato continente africano, è facile constatare che la guerra è ormai una condizione permanente in cui sono costretti a vivere milioni di persone.
Le politiche degli stati e delle élites che gestiscono potere e risorse economiche sono orientate alla sistematica destabilizzazione di aree sempre più vaste del pianeta. Guerra e terrorismo globale sono gli strumenti, complementari e speculari, per l’approvvigionamento delle risorse e delle fonti energetiche, per il controllo dei territori, per la produzione di armamenti, per la conquista di nuovi mercati, per la manipolazione del consenso, per la costruzione di campagne elettorali.
È da tutto questo che donne e uomini continuano a scappare, anche a costo della vita. È a causa di tutto questo che si continua a morire di immigrazione.
Chi scappa dai bombardamenti o dai coltelli dello Stato islamico, chi fugge dalla povertà e dall’assenza di prospettive, trova – quando è fortunato – muri e filo spinato, botte e umiliazioni, schedature e discriminazioni, sfruttamento e intimidazioni. Chi non è abbastanza fortunato, semplicemente crepa: in fondo al mare, dentro un tir, sotto a un treno.
Tutto questo si ripete ancora, da almeno diciassette anni, da quando Trapani finì sui giornali di tutta Italia per l’incendio di una casa di riposo adibita a centro di detenzione per immigrati.
Oggi una capillare opera di propaganda istituzionale, agita su più livelli – dal nazionale al locale – vorrebbe addirittura contrabbandare un presunto “modello-Trapani” come buon esempio di efficienza e accoglienza sulla base del funzionamento dell’Hotspot di Milo. Certo, tutto va a meraviglia: gli immigrati che sbarcano al Ronciglio (e che non si trovano in una bara adagiata sul molo), vengono fotosegnalati e smistati verso il destino che solerti funzionari stabiliscono per loro. Questo è il modello di accoglienza di un’Europa che, continuando a produrre clandestinità, non concepisce corridoi umanitari e canali sicuri che consentano alle persone (siano essi migranti economici o profughi di guerra) di non intraprendere viaggi allucinanti nella speranza di essere intercettati da un mercantile o da una nave militare.
Nel 2017, intanto, l’Italia dei voucher e del precariato, delle grandi opere e delle mazzette, della mafia e della corruzione, spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno): tutti soldi sottratti all’occupazione, alla sanità, all’istruzione, al risanamento del territorio, a una più equa distribuzione delle risorse. Alla faccia della crisi.
Ma le priorità, in tutto il mondo, sono ben altre: chiusura delle frontiere e militarizzazione della società in nome della paura, del sospetto, della guerra al terrorismo.
La loro guerra e il loro terrorismo. I morti e le macerie sono soltanto nostri.

Coordinamento per la Pace – Trapani

ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim e tutte le vittime dei confini, delle guerre e del terrore, in ogni angolo del pianeta

30/12/2016



HOTSPOT A TRAPANI, RITORNO AL PASSATO
27 dicembre 2015, 00:50
Filed under: Antirazzismo, Comunicati, No C.P.T./C.I.E./C.P.R., Pace, Territorio

(Ph. Samuel Aranda/AFP/Getty Images)

Questo anno terrificante per la libertà e i diritti umani in tutto il mondo, si chiude a Trapani con la pessima notizia dell’istituzione dell’Hotspot di contrada Milo.
Il governo italiano, ubbidendo acriticamente – come sempre – alle direttive di Bruxelles, torna a scommettere su questo territorio per convertire l’ex CIE trapanese in un «Hotspot».
Evidentemente gli scandali, le inchieste, la condanna per reati sessuali al prete che teneva in mano le redini della cosiddetta accoglienza in questa provincia, non sono bastate a escludere Trapani da un nuovo, perverso meccanismo di segregazione istituzionale.
Il centro di Milo funzionerà come un enorme campo di smistamento in cui sarà deciso il destino di donne e uomini arbitrariamente divisi tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo.
Le numerose testimonianze delle persone recluse nell’Hotspot di Lampedusa sono molto chiare: poliziotti italiani ed europei, funzionari di Frontex e dell’Europol fanno firmare un questionario, senza alcuna traduzione, ai migranti appena sbarcati per stabilire se sono migranti “economici” oppure migranti meritevoli di protezione umanitaria. In molti casi, il solo criterio utilizzato è il paese di provenienza.
Poi, come caldamente raccomandato dalla Commissione europea, si procede alla rilevazione – anche con la forza – delle impronte digitali.

I migranti considerati economici vanno espulsi. Se non è subito possibile, gli viene dato un pezzo di carta con l’intimazione a lasciare l’Italia entro 7 giorni. In pratica, vengono trasformati in clandestini: buttati in mezzo a una strada, ricattabili, senza diritti. Un ritorno al passato che ci riporta indietro di dieci anni, quando dai CIE italiani uscivano immigrati senza documenti, costretti alla clandestinità.

I migranti considerati, invece, dei rifugiati vengono identificati, trattenuti in attesa della “ricollocazione”, e introdotti nell’estenuante procedura per il riconoscimento del diritto d’asilo. Ma a causa del regolamento di Dublino, al profugo viene impedito di andare nel paese realmente desiderato, ed è per questo che molti di loro si rifiutano di fornire le impronte digitali nell’Hotspot di arrivo.

Considerando le guerre e il terrorismo che devastano il mondo (e che sono il frutto anche delle scellerate politiche dei paesi occidentali), questa differenza di status tra chi viene in Europa per lavorare e chi scappa dalle bombe o dall’Isis, è una distinzione odiosa e priva di alcun senso: tutti, infatti, rischiano la vita per crearsi un futuro, tutti cercano di scappare da instabilità e povertà, tutti meritano accoglienza e protezione.

Con l’istituzione degli Hotspot, invece, l’Unione europea sceglie ancora una volta la strada della repressione e della discriminazione: la libertà di movimento viene mortificata, le norme che tutelano l’universale diritto all’asilo e alla protezione umanitaria vengono calpestate, i destini di migliaia di persone vengono segnati dalla spietata burocrazia.

Al filo spinato e ai muri eretti contro i profughi dai governi fascisti e autoritari nell’Europa dell’Est, si aggiungono ora gli Hotspot voluti da quei campioni di democrazia che stanno a Bruxelles.
Ma i muri – la storia dei popoli lo insegna – non durano per sempre.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2015 (16° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)