Coordinamento per la Pace – Trapani


LA PAURA DEL VIRUS E IL VIRUS DELLA PAURA

Non avremmo mai immaginato di ricordare il ventunesimo anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea per immigrati “Serraino Vulpitta” in un contesto mondiale dominato da una pandemia.
Questa emergenza planetaria ha stravolto la vita di tutti, letteralmente. Le ripercussioni sociali, politiche ed economiche sono e saranno enormi da un punto di vista collettivo, così come altrettanto gravi saranno le ferite psicologiche e relazionali che ciascun individuo porterà con sé.

Su un piano politico, la pandemia ha offerto ai governi la possibilità di affinare una serie di dispositivi di controllo sociale e di disciplinamento che non si erano mai visti prima, quanto meno nel mondo occidentale, in tempi di pace.

Fughiamo ogni dubbio prima di proseguire nel ragionamento: noi non siamo negazionisti e non abbiamo alcun dubbio sulla oggettiva pericolosità del Covid-19. Siamo altresì convinti che sia necessario che ogni persona assuma comportamenti responsabili per la salute propria e degli altri adottando ogni accorgimento utile.

Cionondimeno, non possiamo esimerci da una riflessione sull’estrema pericolosità dei provvedimenti repressivi che nel corso di questo anno sono stati sperimentati in Italia sul corpo sociale. Abbiamo assistito a una implementazione tanto ossessiva quanto contraddittoria della decretazione d’urgenza da parte del governo. Abbiamo visto sindaci e presidenti di regione convinti di essere dei piccoli dittatori, impegnati a emettere ordinanze gratuitamente persecutorie, accecati da un delirio di onnipotenza giustificato dall’emergenza sanitaria. Durante i mesi della chiusura totale del paese, l’opinione pubblica è stata bombardata da messaggi retorici e propagandistici finalizzati al reclutamento collettivo per questa presunta “guerra al coronavirus”. Nel delirio nazionalista, a metà tra il patetico e il ridicolo, venivano appesi i tricolori alle finestre, ai bambini si facevano disegnare gli arcobaleni, e ogni pomeriggio si accendeva lo stereo per diffondere l’Inno di Mameli.

“Andrà tutto bene” ci dicevano.

Nel frattempo, gli ospedali del Nord Italia andavano al collasso e le persone continuavano a morire, a migliaia. Medici e infermieri si ammalavano perché non avevano nemmeno le mascherine, alla faccia della retorica su “i nostri eroi”.
Mentre una nazione intera veniva chiusa in casa, i lavoratori della sanità sono stati abbandonati a loro stessi, le grandi fabbriche del Nord non hanno mai sospeso la loro attività e così il virus ha continuato a viaggiare velocemente sulle gambe dei pendolari che affollavano i mezzi pubblici per recarsi al lavoro. Mentre in Tv e sui giornali si puntava il dito contro chi usciva di casa, da solo, per fare jogging al parco, le fabbriche di armi restavano aperte e operative, perché annoverate tra le “attività essenziali” dal decreto del presidente del consiglio.
Mentre ovunque ci veniva detto di “restare a casa”, non si è mai proceduto a una seria mappatura del contagio necessaria all’adozione di provvedimenti più efficaci e razionali. In questa disgustosa fiera dell’ipocrisia esercitata letteralmente sulla pelle degli italiani, in pochissimi hanno denunciato con chiarezza che la classe dirigente che oggi pontifica sulla salute e sulla sicurezza degli italiani è la medesima classe dirigente che ha distrutto il sistema sanitario nazionale negli ultimi trent’anni.
Oggi paghiamo a carissimo prezzo tutti i tagli alla sanità, le chiusure di molti ospedali, la drastica riduzione dei posti letto, il depotenziamento dell’assistenza territoriale, la privatizzazione selvaggia dei servizi, il blocco delle assunzioni del personale medico e infermieristico.
Va detto chiaro e tondo che i veri responsabili di questo sfacelo sono quegli stessi politicanti che per mesi hanno vestito i panni dei moralizzatori per censurare i comportamenti dei cittadini accusandoli di essere degli irresponsabili o dei criminali.

Il governo italiano ha avuto sei mesi di tempo per correre ai ripari e affrontare decentemente quella che tutti chiamano adesso la “seconda ondata” e che tutte le persone mediamente accorte sapevano si sarebbe verificata.
E invece, nulla.
Le forti pressioni da parte del padronato e di Confindustria rispetto alla necessità di far ripartire l’economia e il turismo hanno avuto come unico risultato la ripresa esponenziale dei contagi, anche in quelle aree del paese che fino ad allora se l’erano cavata. Tra provvedimenti governativi demenziali e ipocriti (come la riapertura estiva delle discoteche, poi subito chiuse), nelle fabbriche – quelle grosse – non si è mai smesso di lavorare e i mezzi di trasporto pubblici non sono mai stati potenziati per decongestionare l’affluenza. Ci si è accapigliati per settimane sulle scuole (scuole che, specie al Sud, continuano a cadere a pezzi) costringendo poi gli studenti alla didattica a distanza senza pensare a soluzioni meno lesive del diritto all’istruzione e alla fruizione degli spazi scolastici.

Lo stato si è dimostrato incapace di garantire il giusto ristoro economico alle attività che si erano fermate, e per moltissimi italiani la Cassa integrazione è stata un vero e proprio dramma a causa dei gravissimi ritardi nell’erogazione del denaro.
Quando si tratta di finanziare le missioni militari o l’acquisto di armi, però, i soldi si trovano sempre e subito. Quante terapie intensive si possono allestire con i soldi spesi per un cacciabombardiere?

La paura del virus, tanto umana quanto comprensibile, ha generato un’infezione altrettanto temibile: il virus della paura.
Lo scenario distopico in cui siamo immersi si alimenta non solo delle azioni del governo ma anche dall’angoscia di morte che, in molti casi, ha dato luogo a comportamenti ossessivi da parte dei singoli cittadini. La paura del virus, in molti casi, è stata rielaborata con la solita costruzione del capro espiatorio: all’inizio era tutta colpa dei cinesi, poi di tutti gli altri immigrati, e così via. Nella ricerca spasmodica di un “untore”, molti cittadini hanno assunto atteggiamenti odiosamente delatori per segnalare alle autorità, anche in maniera pretestuosa, i presunti trasgressori dei divieti governativi.
In questa surreale interruzione della cosiddetta normalità, non hanno aiutato le dichiarazioni spesso ambigue e contraddittorie da parte di alcuni esponenti del mondo scientifico sulle origini e i possibili rimedi alla malattia che hanno involontariamente dato fiato ai deliri negazionisti e complottisti cavalcati strumentalmente da reazionari e fascisti, sia in Italia che all’estero.

Non è certo la prima volta che l’umanità è costretta a fare i conti con una pandemia. Come sempre le conseguenze peggiori sono patite dai soggetti più deboli e da quelle fasce della popolazione la cui “normalità” è scandita dalla povertà e dalla marginalità. In uno stato d’eccezione come quello che stiamo vivendo, queste problematiche sono addirittura esacerbate.
Per esempio, ci sembrano significativi, sul fronte dell’immigrazione in Italia, i dati emersi nel Dossier statistico 2020 realizzato da Idos. Lo studio dimostra che lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, specialmente in agricoltura, è sensibilmente peggiorato in un quadro di generale aumento della precarietà e della discriminazione, ulteriormente aggravato dall’emergenza sanitaria. A ben vedere, tutti i lavoratori in nero, tutti gli sfruttati, tutti i sottopagati, tutte le persone – di qualunque nazionalità – che si arrangiano per tirare a campare sono state travolte dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia.
Nel nostro territorio ha tenuto banco per diverso tempo la drammatica situazione del centro di accoglienza di Valderice adibito a centro per la quarantena, con numerosi episodi di tensione, tentativi di fuga e rivolte che hanno dato origine a vibranti proteste da parte dei cittadini esasperati. Purtroppo è un copione destinato a ripetersi, dal momento che gli immigrati costretti alla clandestinità hanno molta più paura di finire dentro a un centro di detenzione o di essere rimpatriati, piuttosto che di ammalarsi di Covid-19.

Il coronavirus ha sostanzialmente svelato tutti i limiti e le contraddizioni del modello sociale ed economico dominante. Il fenomeno dello spillover (il salto di specie) che con ogni probabilità è all’origine di questa infezione, è strettamente legato all’invasività dell’attività umana sulla natura e al carattere predatorio dell’economia capitalistica sulle risorse planetarie. Allo stesso tempo, il coronavirus ha messo drammaticamente a nudo l’estrema fragilità di un sistema che per mantenere i profitti e i privilegi di poche persone, continua a massacrare la maggior parte della popolazione mondiale attraverso la privazione di diritti fondamentali come, in questo caso, il diritto alla salute e a cure efficaci uguali per tutti.

In questo scenario desolante la speranza arriva, ancora una volta, dalle tante reti autogestite che in tutta Italia (e non solo) hanno cercato di far fronte ai durissimi mesi del lockdown attraverso azioni di solidarietà concreta destinate alle persone più in difficoltà, a dimostrazione del fatto che il mutuo appoggio e il sostegno reciproco sono il miglior vaccino contro il virus della paura.

Chiudiamo la nostra riflessione sull’anno appena trascorso, nell’anniversario del rogo del “Vulpitta”, rivolgendo il nostro pensiero ai quattordici detenuti morti in seguito alle rivolte di marzo scoppiate in molte carceri italiane. La paura del virus, il terrore del contagio alla luce del perenne sovraffollamento degli istituti di pena, e il divieto alle visite dei parenti scatenarono il panico e la rabbia dei carcerati. Le rivolte furono represse nel sangue.
Quattordici morti dei quali nessuno ha mai più voluto parlare. Un’altra strage di stato che si aggiunge alla lunga scia di sangue con cui viene tracciata la strada della cosiddetta democrazia.
Tranquilli, però: “Andrà tutto bene”.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2020



CENTO ANNI DI VERGOGNA, CENTO ANNI DI BUGIE
3 novembre 2018, 21:10
Filed under: Approfondimenti, Comunicati, Documenti, Pace

«Gli assassini dei signori / han voluto far la guerra / e noi altri tutti a terra / e loro a spasso per la città
Là ci mandano al macello / e tutti i signori stanno a guardare / e noi altri ci tocca andare / in quei monti che son lassù
Or si sa che questa guerra / non è fatta per vantaggio / loro a posta l’hanno fatta / per distruggere la gioventù (…)»

[Testo di una canzone trascritta su una lettera da un contadino ventitreenne della provincia di Trapani, artigliere del 21° Reggimento, e che gli costò una condanna a due mesi di reclusione comminata il 18 Maggio 1918]

***

Com’era prevedibile, il centenario della vittoria della Prima Guerra Mondiale viene celebrato in tutto il paese per ricordare l’eroismo degli italiani che sacrificarono la propria vita in nome della patria.
Tutte bugie. In realtà, il massacro della cosiddetta Grande Guerra (quasi dieci milioni di morti in tutto) fu largamente osteggiato dalla maggior parte della società italiana dell’epoca e dai ragazzi che furono strappati alle loro famiglie e alle loro occupazioni per essere mandati a morire tra il fango e i pidocchi per gli interessi dei politici e dei capitalisti di allora.
Oggi noi preferiamo ricordare i tanti disertori e renitenti che fecero di tutto per non diventare carne da cannone, che rifiutarono di obbedire a ordini insulsi, che pagarono anche con la vita la volontà di restare umani e di non uccidere altri ragazzi come loro. Numerose furono, infatti, le rivolte di interi reparti che furono duramente represse con fucilazioni ed esecuzioni sommarie. I grandi assenti nelle celebrazioni del 4 Novembre sono proprio loro: gli 870mila soldati denunciati, dei quali 470mila per renitenza; i 170mila condannati, di cui 111mila per diserzione; i 220mila incarcerati, tra i quali 15mila all’ergastolo. Le condanne a morte furono 4mila.
Per loro non ci sono monumenti e fanfare perché la ragion di stato non ammette disobbedienza, non ammette che si possa fraternizzare con il “nemico”, non ammette che esista anche solo l’umano sentimento della paura. La guerra è, infatti, la cosa più disumana e vergognosa che possa esistere.
A distanza di cento anni, le bugie restano l’arma più affilata della propaganda militarista secondo la quale le guerre sono operazioni umanitarie, e le forze armate sono forze di pace.
Oggi l’Italia impiega più di 9.000 militari in 25 missioni all’estero con mezzi aerei, terrestri e navali che gravano per oltre un miliardo all’anno sul bilancio dello stato.
Nel 2018 le spese militari sono arrivate a 25 miliardi di euro (1,4% del PIL), un aumento del 4% rispetto al 2017. Nonostante le dichiarazioni della ministra Trenta, nessuna riduzione è realmente prevista nei documenti ufficiali.
Anzi, tra i programmi di riarmo nazionale si segnalano le nuove navi da guerra della Marina (tra cui la nuova portaerei Thaon di Revel), i nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, e i nuovi aerei da guerra Typhoon e F-35 (un sistema d’arma prettamente offensivo e intrinsecamente contrario all’articolo 11 della Costituzione Italiana e al Trattato di non Proliferazione Nucleare).
Contemporaneamente, la produzione e l’esportazione di armi non conosce crisi. Nella penisola arabica e in altri fronti caldi del pianeta ci si ammazza con fucili e munizioni rigorosamente made in Italy.
Mentre gli apparati militari vengono mantenuti con i soldi pubblici, e indossare una divisa è l’unica proposta occupazionale a lungo termine che lo stato è in grado di garantire ai più giovani (con il naturale corolllario di irregimentazione, autoritarismo e conformismo che ne consegue), tutte le risorse per i servizi essenziali come la sanità, la scuola, le pensioni, le infrastrutture, la cura del territorio, ecc. vengono drasticamente ridotte.
E una guerra a bassa intensità, sempre più spietata e disumana, viene combattuta quotidianamente – nel nome della “sicurezza” – contro i più poveri e i più indifesi.
Insomma: dopo cento anni, il militarismo continua a vivere di bugie e a produrre vergogna.

Coordinamento per la Pace – Trapani

4 Novembre 2018

 



NO MUOS – Aggiornamenti
17 marzo 2013, 12:52
Filed under: Approfondimenti, Pace, Territorio

Qualche aggiornamento sulla mobilitazione popolare contro il MUOS, il sistema satellitare che la Marina militare Usa vuole realizzare a Niscemi (CL).
Lo scorso 11 marzo si è svolto un incontro, a Roma, tra esponenti del governo nazionale ed esponenti del governo della Regione siciliana.
Erano presenti, tra gli altri, Monti, Cancellieri, Balduzzi da una parte; Crocetta, Borsellino, Lo Bello dall’altra.
L’incontro ha avuto un esito a dir poco ambiguo. Nella sostanza, tra le cose messe per iscritto, si sono riaperti dei margini che possono vanificare la revoca alle autorizzazioni per la costruzione del MUOS. Nel frattempo, nonostante la revoca, le autorità hanno sempre cercato di fare entrare operai e materiali utili al montaggio dell’opera. Di qui, la prosecuzione dei blocchi stradali da parte della popolazione.
Il governo nazionale, d’accordo con la Regione siciliana, dice di voler fare nuove verifiche dell’impatto sulla salute pubblica dell’opera, affidando le indagini a un organismo terzo. Visto, però, che ci sono “problemi di ordine pubblico” (il riferimento è al presidio permanente e ai blocchi stradali), bisogna garantire che il personale della base militare possa entrare e uscire senza problemi. In ogni caso – hanno concluso gli esponenti del governo – si valuterà come e quanto risarcire le popolazioni locali in seguito alla costruzione del MUOS.

Un articolo che riassume la vicenda lo si trova qui:

http://www.si24.it/politica/3132-muos-confronto-tra-monti-e-crocetta,-a-roma-passa-la-linea-siciliana-ferrandelli-la-giusta-soluzione-le-perplessit%C3%A0-del-movimento-5-stelle.html

Il console degli Stati Uniti d’America in Italia, Donald L. Moore, ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Sicilia nella quale fa capire, piuttosto chiaramente, che il MUOS va fatto:

http://www.lasicilia.it/index.php?id=94984&template=lasiciliait

Da quando si è tenuto quell’incontro, la repressione e le provocazioni poliziesche a Niscemi hanno subìto una forte impennata.
In più occasioni ci sono stati attriti tra polizia e il Comitato “Mamme No Muos” con spintonamenti e identificazioni.
Sono state effettuate anche perquisizioni nelle case private dei ragazzi di Niscemi, il nucleo storico della lotta.

Qui il comunicato del Coordinamento regionale dei Comitati No Muos sull’incontro Governo centrale-Governo siciliano:

http://www.nomuos.info/fermare-il-muos-smantellare-le-46-antenne/

Qui il comunicato di condanna delle perquisizioni:

http://www.nomuos.info/intimidazione-ai-comitati-nomuos/

Qui il comunicato sulle cariche alle “Mamme No Muos”:

http://www.nomuos.info/ancora-violenza-dalle-forze-del-disordine/

Ma le immagini e le voci raccontano meglio di ogni altra cosa quello che sta succedendo.
Qui le drammatiche scene dello sfondamento del blocco delle mamme da parte della polizia. Si noti, a partire dal minuto 5:43, il violento corpo-a-corpo ingaggiato da un funzionario di pubblica sicurezza che malmena e immobilizza una giovane donna:

https://www.youtube.com/watch?v=JJq_aCwirMg

Qui una intervista alle “Mamme No Muos” a cura dell’Associazione antimafia “Rita Atria”:

http://www.youtube.com/watch?v=K5aVY6RL4E0

Il Coordinamento regionale dei Comitati No Muos rinnova il suo appello (al quale ci associamo) per partecipare alla manifestazione nazionale contro il MUOS che si terrà a Niscemi il prossimo 30 marzo.

Coordinamento per la Pace – Trapani

no muos logo



LA CIVILTÀ AL CAPOLINEA?
9 gennaio 2013, 01:53
Filed under: Antirazzismo, Approfondimenti, Documenti, Territorio

bus_trapani

Sulle proposte di autobus per soli immigrati fra Trapani e Salinagrande

Il pessimo comunicato del consigliere comunale Vassallo a proposito della opportunità di «valutare l’ipotesi di istituire un servizio di trasporto esclusivamente dedicato agli immigrati, da sottoporre a controllo da parte della polizia, al fine di scongiurare i pericoli di ordine pubblico che potrebbero malauguratamente ingenerarsi» ha naturalmente suscitato un coro di indignazione e un clamore mediatico senza precedenti.

È bene ricordare che la scellerata esternazione di Vassallo non è qualcosa che nasce dal nulla. È necessario, a nostro parere, non perdere di vista il contesto più generale nel quale è maturata una proposta di questo tipo.
Solo pochi giorni prima, un altro consigliere comunale, Domenico Ferrante, aveva chiesto un aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine sul territorio di Salinagrande, dove sorge il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA). Secondo Ferrante, gli immigrati che vivono nel CARA avrebbero dato luogo a comportamenti che determinano «disagio, preoccupazione e in molti casi paura nei cittadini residenti». Una situazione che Ferrante non ha esitato a definire «insostenibile e intollerabile».
Eppure, le accuse rivolte agli immigrati sono generiche, poco circostanziate, riferite a episodi accaduti anche negli anni passati («furti, danneggiamenti di piante, richieste prepotenti di denaro e l’abuso di alcoolici»). Per non parlare poi di quello che succederebbe sugli autobus: gli studenti di Salinagrande si troverebbero esposti a non meglio precisati «atteggiamenti di prevaricazione da parte degli ospiti del CARA che numerosi usufruiscono anche loro dei mezzi pubblici».
Già nel 2008 l’ATM aveva accarezzato, avallata dalla UIL Trasporti, la malsana idea di creare delle corse speciali per soli immigrati, solo perché qualcuno era stato visto ubriaco sull’autobus. E sempre nello stesso periodo, quattro anni fa, il consigliere La Pica chiedeva di «riportare l’ordine» nelle zone della città frequentate da “extracomunitari” con una interrogazione dal chiaro sapore repressivo.

A Trapani, evidentemente, i consiglieri comunali preferiscono mostrare i muscoli agli immigrati, piuttosto che impegnarsi per il miglioramento del trasporto urbano cittadino, aumentando – tanto per cominciare – le corse e le vetture alla luce delle mutate esigenze. E preferiscono chiedere l’intervento della forza pubblica contro chi scappa dalle guerre, anziché salvare l’aeroporto di Birgi dall’ingombrante e assassina presenza degli aerei da combattimento Eurofighter. Forti con i deboli e debolissimi con i forti, come sempre.
Riteniamo però inessenziale pretendere le dimissioni di Vassallo, che ha già balbettato le sue scuse imbarazzate. Addirittura, l’idea degli autobus per immigrati non sarebbe nemmeno sua, ma di un altro consigliere, Pietro Cafarelli, che a sua volta nega.
In ogni caso, non è questo il problema, e non è su un piano di mero scontro pre-elettorale che va inquadrata la questione.

Il vero problema risiede nella banale naturalezza con la quale, anche a Trapani, viene avanzata una proposta del genere. Una proposta razzista.
Il razzismo, per essere riconosciuto come tale, non ha necessariamente bisogno di salde radici ideologiche. Il razzismo è, soprattutto, quello che nasce dalla banalità del male. Una banalità del male che è stata alimentata e coltivata, coscientemente, dai governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi quindici anni.
Le leggi razziste, le politiche securitarie, il terrorismo mediatico, i pretestuosi allarmi sociali incentrati sui “clandestini” o sulla “criminalità straniera”, hanno consolidato nella società italiana un diffuso sentimento di paura e di sospetto. Tante campagne elettorali sono state vinte grazie alla paura, all’odio e alla loro gestione politica. Per anni sono stati seminati il rancore e l’intolleranza nei confronti degli immigrati. Sono state varate leggi per consentire il loro sfruttamento e rendergli la vita impossibile, sono stati costruiti centri di trattenimento per internarli e poi espellerli, sono stati realizzati centri di accoglienza che servono a tenerli in un limbo esasperante, purché lontani da tutto e da tutti.
Sarebbe ipocrita negare che a Salinagrande, o sull’autobus 31 che la collega a Trapani, ci siano stati attriti fra trapanesi e immigrati. Ma è davvero vergognoso ingigantire singoli episodi per ricavare odiosi provvedimenti discriminatori che mettono in discussione una convivenza civile e solidale.

Nessuno pone la questione del perché, nel tempo, qualche immigrato a Salinagrande si sia messo a rubacchiare. O del perché qualcun’altro si sia messo a bere importunando i passanti.
Gli immigrati che fanno richiesta di asilo politico sono costretti a vivere nel CARA di Salinagrande in attesa che la commissione competente valuti la loro posizione. I tempi burocratici di attesa per il rilascio del permesso di soggiorno sono lunghissimi, a volte estenuanti. E solo poche volte hanno un esito favorevole.
A tutto questo si aggiungono i problemi di sovraffollamento, le pessime condizioni di vita,le tensioni, anche tra gli stessi richiedenti asilo, generate da questa situazione di disagio.
Se a Salinagrande gli immigrati stanno in giro senza far nulla, o danno segnali di insofferenza, è perché la legge non gli consente di prendere in mano la loro vita così come vorrebbero. Sono persone che scappano dalle guerre o dalle persecuzioni e chiedono solo di potersi muovere, cercare un lavoro, andare altrove, magari lontano da quest’Italia sempre più ingenerosa e intollerante.

Nonostante tutto, sempre a Salinagrande, diversi cittadini hanno notevolmente ridimensionato la questione, e il coro di indignazione e le polemiche esplose a Trapani fanno ben sperare in una accresciuta sensibilità antirazzista e progressista di questa città.
Ci auguriamo vivamente che l’impegno di ogni cittadino per costruire una Trapani più aperta e solidale si rafforzi sempre di più, al di là delle petizioni online o delle discussioni sui social network.
Questa può essere, probabilmente, la lezione più importante che si può ricavare da questa brutta storia dei nostri tempi.

Coordinamento per la Pace – Trapani

09/01/2013

cara_salinagrande



NO MUOS: ANTONIO MAZZEO A TRAPANI
23 novembre 2012, 11:20
Filed under: Antifascismo, Antimafia, Approfondimenti, Comunicati, Pace, Territorio

Venerdì 30 novembre alle ore 18,00 presso la Libreria del Corso, in Corso Vittorio Emanuele 61 a Trapani, il Coordinamento per la Pace ha il piacere di invitarvi alla presentazione de:

Un Eco MUOStro a Niscemi
l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo
edizioni Sicilia Punto L

Incontreremo Antonio Mazzeo, giornalista e autore del libro.

Si chiama MUOS: Mobile User Objective System. È un sistema di radar satellitare. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, nel cuore di un’importante riserva naturale, fervono i preparativi per l’installazione di uno dei suoi quattro terminali terrestri mondiali. Un’opera devastante, funzionale alla guerra, nociva per la salute pubblica, distruttiva per lo sviluppo della Sicilia.
L’ennesima servitù militare USA, da realizzarsi con la complicità del governo italiano. L’ennesima installazione bellica che umilia il territorio, come la base di Birgi a Trapani, o il radar di Perino a Marsala.
Ma c’è un movimento popolare che vuole mettere i bastoni tra le ruote. Perché c’è ancora chi non si vuole rassegnare a una Sicilia terra di conquista e a un mondo dominato dai signori della guerra.

Antonio Mazzeo è un peace-researcher e giornalista impegnato nei temi della pace, della militarizzazione, dell’ambiente, dei diritti umani, della lotta alle criminalità mafiose. Ha pubblicato alcuni saggi sui conflitti nell’area mediterranea, sulla violazione dei diritti umani e, più recentemente, un volume sugli interessi criminali per la realizzazione del Ponte sullo Stretto (I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina, Edizioni Alegre, Roma). Ha ricevuto il Premio G. Bassani – Italia Nostra 2010 per il giornalismo.

Principali pubblicazioni:

Non solo Ustica. Il rischio militare in Sicilia, Armando Siciliano Editore, Messina, 1990.

La Sicilia va alla guerra. Il coinvolgimento dell’isola nucleare nella Guerra del Golfo, Armando Siciliano Editore, Messina, 1991.

Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato, Armando Siciliano Editore, Messina, 1991.

La trasformazione militare del Fianco Sud della Nato, Editori del Grifo, Perugia, 1992.

I ‘Vispi Siciliani’. Tutti gli uomini del Ministro Salvo Andò che hanno dichiarato guerra alla mafia, Quaderni di Città d’Utopia, Catania, 1992.

Colombia l’ultimo inganno. Lotta al narcotraffico, paramilitarismo, violazione dei diritti umani, Palombi Editore, Roma, 2001.

Con Antonello Mangano, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, Sicilia Punto L, Ragusa, 2006.



LA LIBIA, TRAPANI, E UN FUTURO SENZA ESERCITI
1 novembre 2011, 14:04
Filed under: Approfondimenti, Comunicati, Documenti, Pace, Territorio

Otto mesi fa il popolo libico insorgeva contro la dittatura del colonnello Gheddafi. Dopo una guerra civile durissima, l’intervento militare Onu/Nato e l’esecuzione del dittatore a favore di telecamera, sta per concludersi una delle pagine più drammatiche della storia recente.
Otto mesi fa abbiamo salutato con gioia e solidarietà la rivolta del popolo libico, così come tutte le mobilitazioni che nel mondo arabo hanno dato vita alle “primavere”: processi di cambiamento contraddittori e difficili, dagli esiti ancora incerti ma sicuramente importanti per il futuro del Mediterraneo e, probabilmente, di tutto il pianeta.
A differenza della Tunisia e dell’Egitto, dove la spinta popolare ha neutralizzato pacificamente la repressione ma non senza gravi lutti, in Libia l’insurrezione si è trasformata in una lunga e sanguinosa guerra civile sul cui fuoco hanno soffiato da più parti gli apparati della propaganda e della disinformazione. Oggi la nuova Libia del Consiglio nazionale transitorio scommette su un futuro di libertà e democrazia, ma temiamo che questi buoni propositi saranno inevitabilmente condizionati dalle pesanti ipoteche di marca occidentale.
Sette mesi fa abbiamo manifestato la nostra più ferma opposizione all’intervento militare in Libia voluto da Francia e Regno Unito e innescato dalla risoluzione Onu 1973. Un’operazione di guerra alla quale hanno partecipato altri paesi, occidentali e filo-occidentali, poi inquadrata nel collaudato dispositivo dell’Alleanza atlantica. Già a marzo denunciammo l’interesse delle potenze occidentali per il petrolio e il gas della Libia e l’intento di addomesticare a suon di bombe le istanze di emancipazione del popolo libico. Una facile previsione successivamente confermata, a settembre, dal bagno di folla a Bengasi e Tripoli di David Cameron e Nicolas Sarkozy.
Per tutti questi motivi, il nostro augurio per le sorti del popolo libico è che libertà e democrazia non diventino parole svuotate di ogni significato.

In questa storia, l’Italia ha svolto il solito ruolo di portaerei della Nato mettendo a disposizione sette basi militari, e garantendo la tutela dei suoi interessi in continuità con la vecchia amicizia con il precedente regime: a giugno il ministro degli Esteri Frattini ha rinnovato gli accordi anti-immigrazione con il governo provvisorio di Bengasi e, giusto pochi giorni fa, le squadre speciali della Marina militare hanno riattivato i giacimenti di petrolio e gas dell’Eni in Libia. Le dittature passano, il capitalismo resta.

L’aeroporto di Trapani-Birgi ha subìto una drastica riduzione del traffico civile per fare spazio alle operazioni militari. All’inizio, operatori turistici e politici locali tentarono, senza troppa convinzione, di opporsi alla chiusura dell’aeroporto attivando un curioso (e ipocrita) meccanismo di rimozione: “A Trapani non c’è la guerra”, si diceva. “I turisti possono stare tranquilli”.
E invece la guerra a Trapani c’è stata, con i cacciabombardieri che si levavano tutti i giorni in cielo per andare a bombardare la Libia, mentre la rassegnazione della città veniva comprata con le promesse di risarcimento economico da parte del governo.
Oggi come allora, torniamo a dire che l’unica soluzione per Birgi è la sua smilitarizzazione. Mandare via i militari restituirebbe dignità a questo territorio, rappresenterebbe un impegno concreto per la pace, e libererebbe le potenzialità economiche e produttive di questa provincia attualmente soffocate dall’ingombrante presenza delle forze armate italiane e internazionali. Ne sanno qualcosa gli abitanti delle campagne marsalesi, giustamente preoccupati per la prossima realizzazione del nuovo e potentissimo radar dell’Aeronautica militare di contrada Perino: una portata di 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW  e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. Niente male per un territorio già flagellato da malformazioni congenite e tumori sui quali lo Stato italiano non ha mai fatto chiarezza.
Ce ne sarebbe abbastanza per alzare la testa e rifiutare per sempre gli eserciti e le servitù militari, pensando alla Libia e a tutto quello che è successo e che potrebbe succedere anche in futuro.

Coordinamento per la Pace – Trapani

coordinamentoperlapace@yahoo.it

01/11/2011