Coordinamento per la Pace – Trapani


MERRY CRISIS AND A HAPPY NEW FEAR
30 dicembre 2016, 13:53
Filed under: Antirazzismo, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Pace, Territorio

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La strage nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani non smette di parlarci, a distanza di diciassette anni, con la potenza evocativa di un fatto brutale che si proietta, ancora oggi, sulla cronaca di ogni giorno.
Dopo tutti questi anni, lo scenario globale è drasticamente peggiorato. I flussi migratori sono aumentati, e davvero non potrebbe essere altrimenti.
Dalla polverizzazione del Medioriente, dove le potenze straniere muovono le loro pedine a tutela di inconfessabili interessi, passando per il martoriato continente africano, è facile constatare che la guerra è ormai una condizione permanente in cui sono costretti a vivere milioni di persone.
Le politiche degli stati e delle élites che gestiscono potere e risorse economiche sono orientate alla sistematica destabilizzazione di aree sempre più vaste del pianeta. Guerra e terrorismo globale sono gli strumenti, complementari e speculari, per l’approvvigionamento delle risorse e delle fonti energetiche, per il controllo dei territori, per la produzione di armamenti, per la conquista di nuovi mercati, per la manipolazione del consenso, per la costruzione di campagne elettorali.
È da tutto questo che donne e uomini continuano a scappare, anche a costo della vita. È a causa di tutto questo che si continua a morire di immigrazione.
Chi scappa dai bombardamenti o dai coltelli dello Stato islamico, chi fugge dalla povertà e dall’assenza di prospettive, trova – quando è fortunato – muri e filo spinato, botte e umiliazioni, schedature e discriminazioni, sfruttamento e intimidazioni. Chi non è abbastanza fortunato, semplicemente crepa: in fondo al mare, dentro un tir, sotto a un treno.
Tutto questo si ripete ancora, da almeno diciassette anni, da quando Trapani finì sui giornali di tutta Italia per l’incendio di una casa di riposo adibita a centro di detenzione per immigrati.
Oggi una capillare opera di propaganda istituzionale, agita su più livelli – dal nazionale al locale – vorrebbe addirittura contrabbandare un presunto “modello-Trapani” come buon esempio di efficienza e accoglienza sulla base del funzionamento dell’Hotspot di Milo. Certo, tutto va a meraviglia: gli immigrati che sbarcano al Ronciglio (e che non si trovano in una bara adagiata sul molo), vengono fotosegnalati e smistati verso il destino che solerti funzionari stabiliscono per loro. Questo è il modello di accoglienza di un’Europa che, continuando a produrre clandestinità, non concepisce corridoi umanitari e canali sicuri che consentano alle persone (siano essi migranti economici o profughi di guerra) di non intraprendere viaggi allucinanti nella speranza di essere intercettati da un mercantile o da una nave militare.
Nel 2017, intanto, l’Italia dei voucher e del precariato, delle grandi opere e delle mazzette, della mafia e della corruzione, spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno): tutti soldi sottratti all’occupazione, alla sanità, all’istruzione, al risanamento del territorio, a una più equa distribuzione delle risorse. Alla faccia della crisi.
Ma le priorità, in tutto il mondo, sono ben altre: chiusura delle frontiere e militarizzazione della società in nome della paura, del sospetto, della guerra al terrorismo.
La loro guerra e il loro terrorismo. I morti e le macerie sono soltanto nostri.

Coordinamento per la Pace – Trapani

ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim e tutte le vittime dei confini, delle guerre e del terrore, in ogni angolo del pianeta

30/12/2016

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HOTSPOT A TRAPANI, RITORNO AL PASSATO
27 dicembre 2015, 00:50
Filed under: Antirazzismo, Comunicati, No C.P.T./C.I.E., Pace, Territorio

(Ph. Samuel Aranda/AFP/Getty Images)

Questo anno terrificante per la libertà e i diritti umani in tutto il mondo, si chiude a Trapani con la pessima notizia dell’istituzione dell’Hotspot di contrada Milo.
Il governo italiano, ubbidendo acriticamente – come sempre – alle direttive di Bruxelles, torna a scommettere su questo territorio per convertire l’ex CIE trapanese in un «Hotspot».
Evidentemente gli scandali, le inchieste, la condanna per reati sessuali al prete che teneva in mano le redini della cosiddetta accoglienza in questa provincia, non sono bastate a escludere Trapani da un nuovo, perverso meccanismo di segregazione istituzionale.
Il centro di Milo funzionerà come un enorme campo di smistamento in cui sarà deciso il destino di donne e uomini arbitrariamente divisi tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo.
Le numerose testimonianze delle persone recluse nell’Hotspot di Lampedusa sono molto chiare: poliziotti italiani ed europei, funzionari di Frontex e dell’Europol fanno firmare un questionario, senza alcuna traduzione, ai migranti appena sbarcati per stabilire se sono migranti “economici” oppure migranti meritevoli di protezione umanitaria. In molti casi, il solo criterio utilizzato è il paese di provenienza.
Poi, come caldamente raccomandato dalla Commissione europea, si procede alla rilevazione – anche con la forza – delle impronte digitali.

I migranti considerati economici vanno espulsi. Se non è subito possibile, gli viene dato un pezzo di carta con l’intimazione a lasciare l’Italia entro 7 giorni. In pratica, vengono trasformati in clandestini: buttati in mezzo a una strada, ricattabili, senza diritti. Un ritorno al passato che ci riporta indietro di dieci anni, quando dai CIE italiani uscivano immigrati senza documenti, costretti alla clandestinità.

I migranti considerati, invece, dei rifugiati vengono identificati, trattenuti in attesa della “ricollocazione”, e introdotti nell’estenuante procedura per il riconoscimento del diritto d’asilo. Ma a causa del regolamento di Dublino, al profugo viene impedito di andare nel paese realmente desiderato, ed è per questo che molti di loro si rifiutano di fornire le impronte digitali nell’Hotspot di arrivo.

Considerando le guerre e il terrorismo che devastano il mondo (e che sono il frutto anche delle scellerate politiche dei paesi occidentali), questa differenza di status tra chi viene in Europa per lavorare e chi scappa dalle bombe o dall’Isis, è una distinzione odiosa e priva di alcun senso: tutti, infatti, rischiano la vita per crearsi un futuro, tutti cercano di scappare da instabilità e povertà, tutti meritano accoglienza e protezione.

Con l’istituzione degli Hotspot, invece, l’Unione europea sceglie ancora una volta la strada della repressione e della discriminazione: la libertà di movimento viene mortificata, le norme che tutelano l’universale diritto all’asilo e alla protezione umanitaria vengono calpestate, i destini di migliaia di persone vengono segnati dalla spietata burocrazia.

Al filo spinato e ai muri eretti contro i profughi dai governi fascisti e autoritari nell’Europa dell’Est, si aggiungono ora gli Hotspot voluti da quei campioni di democrazia che stanno a Bruxelles.
Ma i muri – la storia dei popoli lo insegna – non durano per sempre.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2015 (16° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)



PIETISMO E RAZZISMO
20 aprile 2015, 19:41
Filed under: Antirazzismo, Comunicati, Territorio

strage_migranti_20.04.20151

Non è facile esprimere un pensiero che non risulti retorico o scontato di fronte all’ultimo, abominevole, massacro di migranti nel Canale di Sicilia.
Quello che possiamo fare, anche per esorcizzare l’insopportabile senso di impotenza che ci opprime, è ribadire con chiarezza pochi ma fondamentali concetti che continuano a essere inquinati dalla narrazione dominante sul fenomeno dell’immigrazione, una narrazione che oscilla tra pietismo ipocrita e becero razzismo.
Da qualche tempo, sul banco degli imputati ci sono gli scafisti e i trafficanti di uomini. Finalmente, il mondo politico e i media si sono accorti che dietro ai viaggi disperati c’è un business gestito da bande criminali e mafie di ogni tipo. Quello che ancora non si dice è che gli schiavisti altro non sono che il naturale risultato delle politiche di chiusura dell’Unione europea che impediscono materialmente un accesso normale e sicuro a chi – non europeo – voglia lasciare il proprio paese per cercare lavoro o, più drammaticamente, per salvarsi dalla guerra. Tanto per essere chiari, a un profugo siriano che fugge dai bombardamenti non è permesso chiedere un visto in un’ambasciata europea. O, ancora, un ragazzo eritreo che scappa dalla dittatura non può prendere un aereo come qualunque altra persona. Questo è il vero nocciolo della questione: sono le frontiere che ammazzano gli immigrati.
Quindi, al netto delle colpe individuali di scafisti e poliziotti di frontiera compiacenti che ammassano centinaia di donne e uomini nelle stive delle carrette del mare, la responsabilità morale e politica delle stragi ricadrà sempre e comunque sugli stati e i governi dell’Unione europea, sulle loro leggi escludenti, sulle loro politiche di sfruttamento e impoverimento del Sud del mondo, sulle loro strategie di aggressione militare e destabilizzazione.
Rimpiangere “Mare Nostrum” per la sua indubbia efficacia nel salvare moltissime vite umane può avere un senso soltanto se si abbandona la logica interessata dell’emergenza e della militarizzazione delle coste, e si ragioni concretamente per la creazione di ampi canali regolari per l’ingresso in Europa.
Allo stesso modo, il “blocco navale” invocato dalle forze politiche più apertamente razziste è una non-soluzione demenziale che rischierebbe di provocare ancora più morti a fronte di un fenomeno che non può essere arrestato, almeno finché il mondo sarà così profondamente dilaniato dalla disuguaglianza.
A Trapani, in un giorno di lutto cittadino proclamato su esplicita richiesta dell’Anci, non possiamo fare a meno di pensare alle volgari e meschine esternazioni che ci è toccato sentire solo pochi giorni addietro, mentre otto cadaveri sbarcavano sulla banchina del porto per essere trasferiti all’obitorio e qualche politicante locale, alla perenne ricerca di consenso, esprimeva il suo disappunto per il presunto lusso di una struttura di accoglienza destinata ai richiedenti asilo nella nostra città.
Quando a Trapani gli immigrati morivano bruciati nei centri di trattenimento, o si cucivano la bocca per protesta, o si impiccavano, o ingoiavano lamette, o facevano sciopero della fame perché non avevano nemmeno i materassi e l’acqua calda, nessun sindaco o consigliere comunale ha mai espresso la propria indignazione.
Oggi, giusto per cavalcare gli istinti dell’elettorato più qualunquista, c’è chi preferisce andare sul sicuro, indicando negli immigrati il capro espiatorio su cui riversare ogni rancore.
Meno male, però, che noi italiani (o trapanesi) non siamo razzisti.

Coordinamento per la Pace – Trapani

20/04/2015



3.419

immigratiTremilaquattrocentodiciannove. Tanti sono stati, secondo una stima dell’Onu, i migranti inghiottiti dalle acque del Mediterraneo nel corso dell’anno che sta per concludersi. Proviamo a rileggerlo questo numero abnorme, magari a voce alta: tremilaquattrocentodiciannove.
Di immigrazione si continua a morire, nonostante tutto. Evidentemente, le grandi operazioni militari come Mare Nostrum, spacciate dalla propaganda di governo come encomiabili missioni umanitarie, dimostrano tutti i loro limiti nel momento in cui si scontrano con la brutalità delle cifre. Cifre che sono persone in carne e ossa, donne e uomini costretti a morire a causa di leggi disumane che ne impediscono la libertà di movimento. Nel 2014 sono stati oltre 207.000 i migranti che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo, scappando da guerre e miseria. Certo, in molti sono stati salvati, ma se ci fossero canali regolari e sicuri, e se le maglie giuridiche non fossero così strette al punto da costringere gli immigrati e i profughi alla clandestinità, allora non ci sarebbero i viaggi della speranza, non ci sarebbero gli scafisti, non ci sarebbero i trafficanti di uomini, non ci sarebbero gli sfruttatori e gli sfruttati. Soprattutto, non ci sarebbero i morti.
Ragionare apertamente su tutto questo serve a contrastare uno dei maggiori pericoli dei nostri tempi: l’indifferenza. È proprio sull’indifferenza che i professionisti della politica e del terzo settore coltivano i loro interessi sulla pelle dei disperati. Ad esempio, le recenti cronache sulla mafia romana hanno svelato quanto sia ghiotto il mercato della cosiddetta accoglienza, con fascisti ed esponenti del Partito democratico pronti a sedersi al medesimo tavolo per spartirsi la torta e fomentare l’odio razzista nelle periferie della capitale.
Gestire l’immigrazione significa gestire soldi, potere, controllo sulle vite: non c’è bisogno di andare lontano per ricordarci delle recenti inchieste che hanno coinvolto la Caritas trapanese scoperchiando scenari abietti a base di ricatti sessuali e permessi di soggiorno.
Tenere gli immigrati in uno stato di perenne sfruttamento significa disporre delle loro vite come fossero oggetti da usare e poi buttare. Un po’ come è successo a Bose Uwadia, costretta a prostituirsi a Trapani per pagare il debito contratto con chi l’aveva fatta arrivare in Italia, e poi ammazzata a Custonaci, molto probabilmente da un italiano.
Oggi, 28 Dicembre 2014, anche se il Centro di identificazione ed espulsione “Vulpitta” non c’è più, i quindici anni trascorsi dalla strage in cui morirono sei ragazzi imprigionati perché immigrati, ci consegnano la pesante eredità di un’Italia e di un’Europa che continuano a voltarsi dall’altra parte rispetto ai disastri prodotti dalle loro politiche di guerra e di esclusione.
Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim non sono soltanto i nomi – che mai dimenticheremo – delle vittime del “Vulpitta”, ma rappresentano il nome collettivo con cui ricordare – senza mai cedere all’indifferenza – tutte le vittime delle frontiere e dei razzismi.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2014



CHIUDE IL “VULPITTA”, MA NON È ANCORA FINITA
vulpittaIl Centro d’Identificazione ed Espulsione “Serraino Vulpitta” di Trapani è stato definitivamente soppresso dalle autorità.
Per anni abbiamo desiderato che questo accadesse, lottando contro le mistificazioni, contrastando l’indifferenza, contribuendo nel nostro piccolo allo sviluppo di una sensibilità antirazzista (e, quindi, umana) che in questa città, e non solo, potesse dare un senso all’inaudito orrore consumatosi fra le mura di un casa di riposo trasformata dallo stato italiano in un campo di internamento, un posto infame nel quale sei persone sono morte e moltissime altre hanno sofferto violenze e umiliazioni.
Oggi, dopo sedici anni dalla sua inaugurazione, il “Vulpitta” chiude i battenti. Le tragiche e impunite vicende che ne accompagneranno per sempre il nome sono legate a una indimenticabile storia collettiva fatta di dolore, di lotte, di sacrifici, di mobilitazioni per la libertà e l’uguaglianza di tutte e tutti, contro ogni frontiera e ogni razzismo.
Eppure, non ci sentiamo granché sollevati.
Da quando fu istituito il “Serraino Vulpitta”, primo Centro di permanenza temporanea per migranti in Italia, le politiche europee e italiane sull’immigrazione non hanno conosciuto alcuna significativa inversione di tendenza. Si continua a ragionare in termini emergenziali e si continuano a pattugliare le frontiere con mezzi militari forse utili a salvare vite umane ma altrettanto necessari a garantire un approccio poliziesco e repressivo a un fenomeno che, invece, andrebbe compreso e affrontato nella sua complessità, garantendo diritti e libertà di spostamento.
Negli ultimi tempi sono aumentati esponenzialmente i conflitti, ed è sempre più drammatico l’impoverimento di ampie fasce della popolazione mondiale. Nel momento in cui scriviamo, le guerre intorno a noi sono tantissime: Palestina, Libia, Siria, Ucraina, Iraq, per citarne alcune. In tutti questi conflitti il ruolo più o meno esplicito delle potenze occidentali continua a essere determinante ma, nonostante questo, l’immigrazione viene ipocritamente considerata come un problema a sé, come se non ci fossero cause e contesti precisi, mandanti e beneficiari chiaramente riconoscibili.
E intanto, continuano a esistere i CIE, continuano a esistere le leggi che producono clandestinità e stragi, continua la speculazione affaristica sulla pelle dei migranti, continua lo sfruttamento della manodopera straniera a basso costo, continua la propaganda politica fatta di luoghi comuni e pregiudizi insopportabili.
Sì, il “Serraino Vulpitta” non c’è più, ed era ora. Ma resta ancora molto da fare.

Coordinamento per la Pace – Trapani
 
02/09/2014


IMPENDAM ET SUPERIMPENDAR – Sull’arresto di Sergio Librizzi
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Il recente arresto di Sergio Librizzi, direttore della Caritas di Trapani, è l’ennesima tegola che cade sulla già malconcia credibilità della Chiesa cattolica cittadina, ancora intenta a leccarsi le ferite dopo gli scandali finanziari dell’ex Vescovo Micciché (poi rimosso), e dello spregiudicato Ninni Treppiedi.
Adesso, la vicenda di Librizzi – accusato di violenza sessuale e concussione – aggiunge ulteriori elementi di infamia a un grumo di potere, quello clericale, le cui responsabilità sono tanto più gravi alla luce della pretesa superiorità morale di cui si ammantano i “pastori di anime”.
Prestazioni sessuali in cambio del permesso di soggiorno: questo pretendeva Librizzi, secondo le accuse, dai rifugiati e dai richiedenti asilo che affollavano i tanti centri di accoglienza gestiti dalla Caritas (e da enti a essa collegati) in città e in provincia. Un comportamento odioso che si commenta da sé.
Adesso le indagini andranno avanti alla ricerca delle prevedibili coperture di cui godeva il prete Librizzi, dagli ambienti della prefettura a quelli della questura, passando per tutta la filiera istituzionale che da anni si ingrassa sulla pelle degli sventurati che giungono in Europa alla ricerca di una vita migliore.
Se questa fosse una città normale, la gestione dell’accoglienza agli immigrati, più volte stigmatizzata nelle sue dinamiche dal movimento antirazzista trapanese e siciliano nel corso degli ultimi quindici anni, dovrebbe essere sottoposta a un radicale ribaltamento di senso.
Quando le vite e i destini di donne e uomini oggettivamente in difficoltà vengono interamente messi nelle mani di soggetti che esercitano un potere assoluto, gli esiti non possono che essere questi. Certi abusi sono possibili perché i meccanismi della legge li consentono e li agevolano.
Intanto, nell’attesa di ulteriori sviluppi, ogni volta che saremo tentati di provare disprezzo per un ragazzo africano che chiede l’elemosina davanti all’ingresso di un supermercato; ogni volta che noteremo con fastidio gruppi di immigrati vagare sperduti tra le strade della nostra città; ogni volta che resteremo incolonnati in macchina maledicendo quei “turchi” che bloccano la strada in segno di protesta; ogni volta che plaudiremo alle proposte di fare autobus per soli immigrati da Trapani a Salinagrande; ogni dannata volta che staremo per lasciarci andare a questi sentimenti ignobili e inumani, dovremo senz’altro ricordarci del prete siciliano Sergio Librizzi.
Coordinamento per la Pace – Trapani
03/07/2014


GLI AVVOLTOI
ImmagineNon siamo certo tra quelli che gioiscono sempre al solo tintinnare delle manette, né riteniamo che i cambiamenti sociali possano passare attraverso le aule dei tribunali.

Tuttavia, il rinvio a giudizio per la viceprefetto vicario di Gorizia, Sandra Allegretto, per il ragioniere capo della prefettura Colafati, e per il capo di Connecting People Giuseppe Scozzari, è una di quelle notizie che possono tornare utili a una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica.

Se gli esponenti governativi sono accusati di falso per l’inchiesta sulle fatture gonfiate nella gestione del CIE e del CARA di Gradisca d’Isonzo, la banda di undici persone capitanate da Scozzari dovrà invece rispondere di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato.

Negli ultimi quindici anni, le denunce, le manifestazioni, le proteste del movimento antirazzista nelle quali si stigmatizzava la speculazione affaristica che si cela dietro il business della cosiddetta accoglienza agli immigrati, non erano di certo campate in aria. Come avvoltoi, i professionisti dell’accoglienza non hanno fatto altro che lucrare sulla disperazione altrui. Ed è ancor più significativo che una notizia del genere esca nel momento in cui il CIE di Milo, gestito per un certo periodo proprio da Connecting People (così come una miriade di strutture più o meno detentive in provincia di Trapani, “Vulpitta” compreso), è teatro dell’ennesima protesta degli immigrati reclusi.

Pare che il CIE di Milo non debba più chiudere, al contrario di quanto annunciato dalla Prefettura di Trapani poche settimane fa. Ma è ormai evidente che questo modello di gestione dell’immigrazione sia assolutamente indifendibile, sotto tutti i punti di vista.

Coordinamento per la Pace – Trapani