Coordinamento per la Pace – Trapani


VENT’ANNI DI INGIUSTIZIE

Nessun-essere-umano-e-illegale

Vent’anni fa si consumava a Trapani la più grande tragedia dell’immigrazione legata all’universo detentivo costituito dai centri di permanenza temporanea.
Il rogo in cui persero la vita Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim all’interno del “Serraino Vulpitta” rimane un momento fondamentale per comprendere il dramma dell’immigrazione in Europa. Una strage avvenuta sulla terraferma, a due passi dalle nostre case, all’interno di una struttura voluta e concepita dalle istituzioni per annientare la libertà degli “indesiderati”. Una tragedia per la quale la giustizia italiana non seppe individuare alcun colpevole.
Se dovessimo fermarci ai numeri, la storia delle migrazioni contemporanee ha certamente registrato (e continua purtroppo a farlo) stragi ben più consistenti.
Non è una questione di numeri, ovviamente. Anche una sola esistenza sacrificata sull’altare delle frontiere rappresenta un delitto insopportabile nei confronti dell’umanità intera. Proprio per questo motivo, le sei vittime del “Serraino Vulpitta” continuano a chiamarci in causa, ancora oggi.

Dopo vent’anni, nell’analisi della fase attuale, siamo costretti – ancora una volta – a denunciare le problematiche di sempre.
I centri di detenzione (che oggi si chiamano CPR – Centri per il Rimpatrio) sono ancora attivi, anche se in misura ridotta. I canali legali di ingresso in Italia sono sempre inaccessibili con il risultato che la gente continua ad affrontare viaggi pericolosissimi per mare e per terra.
La criminalizzazione nei confronti dei migranti e di tutte le minoranze continua ad avvelenare il clima politico già abbastanza intossicato dalla propaganda dei cosiddetti “sovranisti” (un eufemismo dietro al quale si nascondono i soliti razzisti e fascisti) e dai loro media di riferimento.
Nel momento in cui scriviamo, le navi Mare Jonio e Alex (della piattaforma solidale Mediterranea) e la Eleonore della Ong Lifeline sono ancora bloccate nei porti per effetto del decreto sicurezza bis e della feroce campagna politica e mediatica che si è dispiegata negli ultimi due anni contro le organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare aperto. Pertanto, se qualcuno aveva sperato in un qualche segnale di discontinuità con l’insediamento del nuovo governo e la scomparsa della Lega dall’esecutivo, ha fatto male i conti.
Tanto per fare un esempio, con una circolare del 19 Dicembre il Ministero dell’Interno ha dato esecuzione a quanto previsto dal primo decreto sicurezza voluto dall’ex ministro Matteo Salvini: l’abrogazione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Questo significa che dal 1° Gennaio i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria saranno esclusi dal sistema dell’accoglienza con tutte le prevedibili conseguenze in termini di precarietà, impoverimento, disperazione. Un rischio concreto di fronte al quale, solo nelle ultime ore, il Viminale ha promesso che nessuno sarà lasciato per strada. Vedremo.
Di sicuro, le uniche condizioni che, nel corso degli anni, si sono mantenute costanti sono quelle che garantiscono lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati (come nelle campagne della provincia di Trapani, ad esempio), la tratta delle prostitute, la clandestinità diffusa, i lauti affari del padronato e delle mafie sotto lo sguardo indolente e complice delle stesse istituzioni.
Nonostante l’intollerabilità di un sistema profondamente ingiusto e ipocrita, la propaganda razzista ha sfondato nell’immaginario collettivo della società italiana, sempre più carica di livore e disprezzo nei confronti degli immigrati, considerati – oggi più di ieri – il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona in questo paese.
A noi sembra, invece, che le cause della crisi dalla quale l’Italia non sembra in grado di uscire siano riconducibili a ben altro. Non è colpa degli immigrati se in Italia il lavoro non c’è o, se c’è, è sottopagato e precario. E non è colpa degli immigrati se in molte aree del paese (specialmente al Sud) si stanno consumando veri e propri drammi occupazionali (si pensi all’Ilva di Taranto, alla Whirlpool di Napoli, ad Almaviva a Palermo, alla Blutec di Termini Imerese, ma anche alla clamorosa chiusura di Mercatone Uno a Bologna o alla crisi delle acciaierie di Piombino).
E, restando ancorati a questo territorio, non ci sembra che sia stato per colpa degli immigrati se l’aeroporto civile di Birgi è sprofondato nella crisi che tutti conosciamo o se i Cantieri navali di Trapani sono andati letteralmente in malora.

Le responsabilità del disastro del sistema paese vanno ricercate, invece, in una classe politica impreparata e impresentabile, nella ferocia di un sistema capitalistico sempre più vorace e predatorio, nel progressivo indebolimento della coscienza civile e democratica di tutto il corpo sociale, sempre meno abituato a battersi per i propri diritti, sempre meno capace di distinguere le vittime dai carnefici, sempre meno avvezzo a riconoscere i soprusi e a valorizzare la solidarietà.
Eppure, un’altra Italia c’è e resiste, lo sappiamo bene. È l’Italia delle lotte che, seppur frammentate, cercano di porre un argine al dilagare della barbarie, alla devastazione dei territori, all’inquinamento, alla militarizzazione. È l’Italia delle associazioni e degli individui che si mobilitano per salvare vite umane contrastando materialmente gli effetti nefasti delle politiche razziste. C’è un’Italia che – da Nord a Sud – costruisce reti solidali per far fronte alla povertà, ai licenziamenti, alla mancanza di lavoro o di alloggi, al razzismo, alle discriminazioni di ogni tipo.
È un’Italia la cui voce viene sommersa dagli strepiti di un dibattito pubblico sguaiato e intossicato. In questo senso, ci sembra assai condivisibile pretendere dai politici un linguaggio più sobrio e una comunicazione istituzionale più trasparente e meno aggressiva. Ed è altrettanto condivisibile la mobilitazione per l’abolizione del decreto sicurezza, ci mancherebbe altro. Ma quando il doveroso contrasto alle destre razziste e fasciste è stimolato quasi esclusivamente da mere esigenze elettorali, senza essere sostenuto da una analisi complessiva delle dinamiche sociali e politiche che ci hanno portato alla condizione attuale, il rischio è quello di non cogliere le contraddizioni del sistema e le responsabilità vecchie e nuove dei finti progressisti che governano il paese e che, di fatto, spianano la strada alle oscene provocazioni dei reazionari.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2019



IL GOVERNO DELLA PAURA

L’anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” cade in uno dei periodi più bui nella storia di questo paese. Il progressivo attacco ai diritti umani e alle libertà civili, portato avanti da vent’anni senza sostanziali differenze da governi di ogni colore, sta raggiungendo il suo apice grazie all’esecutivo guidato da Lega e Movimento Cinque Stelle.
Il cosiddetto “decreto sicurezza”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, è un formidabile strumento repressivo che colpisce in primo luogo gli immigrati ma che non risparmia, più in generale, tutti i soggetti vulnerabili che – secondo questa logica abietta – vengono criminalizzati proprio per la loro marginalità.

Per quanto riguarda l’immigrazione, a diciannove anni dal rogo del Vulpitta, le cose sono addirittura peggiorate.
Con la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (che consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale) migliaia di persone vedranno andare in pezzi la loro vita e le loro speranze, non potranno uscire dal territorio nazionale ma non potranno neanche restarvi in maniera regolare.

I Centri per il Rimpatrio (CPR) costituiscono la lugubre riproposizione di quelli che furono i CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e i CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione), strutture che ben conosciamo e la cui natura concentrazionaria viene rilanciata dal governo “giallo-verde” con l’allungamento fino a 180 giorni del periodo di detenzione: sei mesi dietro le sbarre per la sola colpa di essere immigrati, di non essere europei e di non avere i documenti. A Trapani – dalle parti di Milo – ci si prepara all’ennesimo cambio di denominazione del CPT-CIE-Hotspot-CPR, alla faccia dei bei discorsi sulla “città dell’accoglienza”: il bando di gara per la nuova gestione del vecchio lager trapanese è già stato pubblicato.

Il drastico ridimensionamento del sistema Sprar (che verrà riservato solo ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati) espellerà dal circuito dell’accoglienza un numero enorme di persone che si ritroveranno tagliate fuori da ogni opportunità di inclusione.

A dispetto della propaganda del governo, dunque, questo decreto produrrà solo e soltanto insicurezza.
Ancora una volta, infatti, le norme in materia di immigrazione sono orientate all’esclusione e alla marginalizzazione.
Limitare e restringere il ventaglio dei diritti significa aumentare l’irregolarità e la precarietà.
Come in ogni approccio proibizionistico, l’effetto di questo decreto sarà l’esatto contrario della tanto sbandierata sicurezza: da questo momento, infatti, molte più persone saranno costrette a vivere nella clandestinità, nella paura, senza tutele, senza diritti, sotto il ricatto del bisogno. Una vera bomba sociale innescata dal governo che, in questo modo, prepara il terreno per ulteriori persecuzioni.
È bene chiarire che l’oggettivo peggioramento della situazione non presenta elementi di significativa discontinuità rispetto al passato perché si colloca sulla stessa scia dell’azione del precedente governo targato PD. Non furono casuali, in tal senso, gli apprezzamenti che Salvini riservò, appena insediatosi al Viminale, al suo predecessore Marco Minniti.

Come abbiamo sempre sostenuto, la gestione repressiva dell’immigrazione rappresenta un terreno di sperimentazione per la compressione dei diritti e della libertà di tutti. È questo che bisogna capire: la guerra agli immigrati è, in realtà, una guerra scatenata contro tutti i cittadini, specialmente i più poveri. In questo decreto sono presenti, infatti, delle norme che inaspriscono le sanzioni per pratiche come il blocco stradale (che diventa reato penale) o l’occupazione di edifici (fino a quattro anni di reclusione). È evidente il carattere intimidatorio del provvedimento nei confronti di chi vorrà, ad esempio, mettere in pratica delle semplici azioni dimostrative nell’ambito di una manifestazione o di uno sciopero di lavoratori, così come sono avvisati tutti quelli che, non avendo un tetto sopra la testa, si ritrovano a occupare i tantissimi spazi abbandonati che ci sono nelle nostre città. Anche l’estensione della pistola elettrica (Taser) alle polizie locali delle grandi città va nell’inquietante direzione, già tracciata dai ministri Alfano e Minniti, di uno stato di polizia in cui le forze dell’ordine sono sempre più armate.

Siamo ben consapevoli che la criminalità dell’azione del governo va di pari passo con l’aumentare delle pulsioni antisociali e autoritarie che innervano il paese. Ricorderemo il 2018 per il dilagare delle aggressioni razziste e degli episodi di intolleranza in tutta Italia (Sicilia compresa); per l’attentato terroristico a Macerata del nazista Traini (già candidato con la Lega Nord nel 2017); per la vergognosa vicenda della nave Diciotti attraccata al porto di Trapani con 67 persone tenute in ostaggio; per l’incredibile arresto del sindaco di Riace, colpevole di aver dimostrato con i fatti che è possibile fare accoglienza ricostruendo intere comunità; per l’inaudito accanimento della magistratura nei confronti delle Organizzazioni Non Governative la cui azione umanitaria viene boicottata e criminalizzata con i pretesti più disparati.

Sono tempi difficilissimi, inutile nasconderlo. A maggior ragione, tutte le donne e tutti gli uomini che non si riconoscono nella brutalità di questo presente sono chiamati a resistere e a non rassegnarsi.
Alle bufale bisogna contrapporre la verità dei fatti, al qualunquismo bisogna reagire con la responsabilità, all’odio generato da malafede e ignoranza bisogna contrapporre la solidarietà per far fronte comune contro chi agita paure irrazionali e inesistenti divisioni per esercitare meglio il proprio dominio.
Piuttosto che pensare al futuro, o a tempi migliori di là da venire, è necessario ri-costruire qui e ora – nelle relazioni sociali, in tutti i luoghi e in tutte le occasioni possibili – un tessuto solidale e civile che sappia arginare e depotenziare ogni attacco che viene fatto al buon senso e all’umanità, da qualunque parte provenga.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2018 (19° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)



L’UMANITÀ È UN CRIMINE

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L’anno che sta per concludersi sarà ricordato per l’introduzione di un nuovo, inedito, crimine: il reato di umanità.
Per il momento, questo delitto non è stato ancora inserito tra le pagine del codice penale ma l’offensiva mediatica con la quale le istituzioni hanno imbastito la criminalizzazione delle Organizzazioni Non Governative (Ong) che si occupano dei salvataggi in mare dei migranti in pericolo di vita, ha di certo creato una pericolosa falla nell’immaginario comune.
La Procura della Repubblica di Catania – seguita a ruota da quella di Trapani – si è prodigata infatti in un’azione politica che non solo stride pesantemente con l’indipendenza dei poteri su cui dovrebbe fondarsi uno stato di diritto, ma alimenta una pericolosa cultura del sospetto che mira a delegittimare i soggetti che agiscono autonomamente per salvare le vittime delle frontiere europee.
L’intento, neanche tanto nascosto, è marchiare con l’infamia dell’associazione a delinquere le organizzazioni umanitarie, a meno che queste non rinuncino del tutto alla loro indipendenza per sottomettersi al controllo governativo.
In questo senso, il “decalogo” imposto dal ministro Minniti alle Ong ha suggellato politicamente quei teoremi giudiziari con un curioso meccanismo che potremmo definire di “presunzione di colpevolezza”. Le Ong, nonostante abbiano sempre rivendicato l’assoluta trasparenza della loro condotta, sono state chiamate a discolparsi preventivamente dall’accusa di essere colluse con i trafficanti di uomini consentendo di essere controllate e imbrigliate dallo stato italiano.

Al contrario, l’Italia non ha dimostrato alcun imbarazzo nel collaborare fattivamente con i criminali libici. Gli accordi tra il nostro paese e la Libia di Fayez al Sarraj prevedono soldi, armi, equipaggiamento e addestramento a beneficio delle milizie libiche con l’obiettivo di delegare a loro la repressione dei flussi migratori. In questo modo, la frontiera viene spostata più a Sud e – per così dire – esternalizzata: i barconi intercettati, se non affondano, vengono fatti tornare indietro e i migranti vengono rinchiusi nei centri di detenzione libici in condizioni aberranti tra stupri, torture, abusi e riduzione in schiavitù.
Ed è così che il governo a guida PD canta vittoria: gli sbarchi sono diminuiti, chi arriva in Italia viene più facilmente smistato negli hotspot, l’opinione pubblica viene rassicurata. Infine, il recente annuncio della nuova missione militare italiana in Niger (per combattere – dicono – le milizie islamiste e contrastare il traffico di esseri umani in un’ottica di “Mediterraneo allargato”) conferma e rilancia questa strategia di guerra all’immigrazione a tutto tondo.

Per quanto riguarda le persone che, invece, riescono a metter piede sul suolo italiano, le pastoie di una burocrazia lenta ed esasperante continuano, oggi come ieri, a tutelare solo gli interessi del padronato, dei caporali e dei mafiosi italiani. In attesa di un pezzo di carta che gli sblocchi la vita, i migranti vengono sfruttati vergognosamente nelle nostre campagne (da Campobello di Mazara ad Alcamo, da Vittoria a Catania, ecc.), pagati una miseria, senza diritti, senza assistenza medica, costretti a dormire all’aperto, in baraccopoli piene di rifiuti, in condizioni indegne di un paese civile.
Ma per il governo italiano la civiltà si misura con altri parametri. Civiltà fa rima con decoro e legalità: i poveri non sono graditi e devono sparire dalla nostra vista con i “Daspo urbani”, con gli sfratti delle case occupate, con le ordinanze che vietano persino di chiedere l’elemosina per la strada.

Eppure, nonostante sia sotto gli occhi di tutti la matrice autoritaria, razzista, classista e militarista di queste politiche, gli esponenti del Partito democratico e del governo hanno anche il coraggio di lanciare accorati appelli alla vigilanza contro la recrudescenza delle iniziative neofasciste in tutta Italia.
A nostro avviso, una buona fetta di responsabilità politica nello sdoganamento dei fascisti e delle loro idee ce l’ha proprio il centrosinistra italiano che si è reso complice – insieme alla destra – della costante involuzione reazionaria di questo paese negli ultimi vent’anni.
Infatti – oltre alle squadracce di delinquenti fascisti (contro le quali è necessario ricostruire un argine culturale e politico che sia davvero efficace) – quello che ci preoccupa di più è il palpabile diffondersi, all’interno del corpo sociale, dell’odio e del rancore nei confronti delle persone più vulnerabili.
Le opinioni della gente comune sono intrise di veleno, di menzogne e di pregiudizi. Che si tratti di leggende metropolitane amplificate furiosamente sui social (“i migranti negli alberghi”, “i trenta euro intascati da ogni migrante”, “ci rubano il lavoro”, “sono tutti terroristi”, ecc.) o di argomentazioni affrontate nei salotti televisivi, il dibattito pubblico è ormai condizionato da una drammatica assenza di razionalità e di empatia.
Una maggiore razionalità aiuterebbe, infatti, a riconoscere i veri responsabili dello sfacelo che viviamo ogni giorno, in Italia e nel mondo: una classe politica indecorosa e autoreferenziale, il turbocapitalismo delle multinazionali e dei mercati finanziari, gli imprenditori che licenziano, i mafiosi che strozzano l’economia, la corruzione che divora tutto, una legislazione sempre orientata alla precarizzazione del lavoro, l’insostenibile ineguaglianza nella distribuzione delle risorse, l’inquietante corsa agli armamenti per promuovere vecchi e nuovi conflitti.
Una maggiore empatia aiuterebbe, poi, a capire che nessuno sceglie il posto o le condizioni in cui nascere, che basterebbe anche solo mettersi per un attimo nei panni degli altri per capire che il mondo in cui viviamo è talmente complesso da non potere liquidare certi problemi con soluzioni sbrigative, e che non è certo colpa degli immigrati e degli oppressi se esistono le ingiustizie sociali.

Maggiore razionalità e maggiore empatia, più testa e più cuore, sono i migliori antidoti alla guerra tra poveri, al razzismo, al fascismo.
Dietro alle statistiche e agli articoli su sbarchi e naufragi o su conflitti e immigrazione, ci sono donne e uomini come noi, ciascuno meritevole della massima comprensione e della massima solidarietà. Nessuno di noi accetterebbe di subire discriminazioni, sfruttamento e odio senza sentirsi offeso nella propria umanità.
Quella stessa umanità che, oggi, viene messa proditoriamente sul banco degli imputati.

Coordinamento per la Pace – Trapani

Ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim – vittime del rogo nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta”.

28 Dicembre 2017



NO MUOS: ANTONIO MAZZEO A TRAPANI
23 novembre 2012, 11:20
Filed under: Antifascismo, Antimafia, Approfondimenti, Comunicati, Pace, Territorio

Venerdì 30 novembre alle ore 18,00 presso la Libreria del Corso, in Corso Vittorio Emanuele 61 a Trapani, il Coordinamento per la Pace ha il piacere di invitarvi alla presentazione de:

Un Eco MUOStro a Niscemi
l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo
edizioni Sicilia Punto L

Incontreremo Antonio Mazzeo, giornalista e autore del libro.

Si chiama MUOS: Mobile User Objective System. È un sistema di radar satellitare. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, nel cuore di un’importante riserva naturale, fervono i preparativi per l’installazione di uno dei suoi quattro terminali terrestri mondiali. Un’opera devastante, funzionale alla guerra, nociva per la salute pubblica, distruttiva per lo sviluppo della Sicilia.
L’ennesima servitù militare USA, da realizzarsi con la complicità del governo italiano. L’ennesima installazione bellica che umilia il territorio, come la base di Birgi a Trapani, o il radar di Perino a Marsala.
Ma c’è un movimento popolare che vuole mettere i bastoni tra le ruote. Perché c’è ancora chi non si vuole rassegnare a una Sicilia terra di conquista e a un mondo dominato dai signori della guerra.

Antonio Mazzeo è un peace-researcher e giornalista impegnato nei temi della pace, della militarizzazione, dell’ambiente, dei diritti umani, della lotta alle criminalità mafiose. Ha pubblicato alcuni saggi sui conflitti nell’area mediterranea, sulla violazione dei diritti umani e, più recentemente, un volume sugli interessi criminali per la realizzazione del Ponte sullo Stretto (I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina, Edizioni Alegre, Roma). Ha ricevuto il Premio G. Bassani – Italia Nostra 2010 per il giornalismo.

Principali pubblicazioni:

Non solo Ustica. Il rischio militare in Sicilia, Armando Siciliano Editore, Messina, 1990.

La Sicilia va alla guerra. Il coinvolgimento dell’isola nucleare nella Guerra del Golfo, Armando Siciliano Editore, Messina, 1991.

Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato, Armando Siciliano Editore, Messina, 1991.

La trasformazione militare del Fianco Sud della Nato, Editori del Grifo, Perugia, 1992.

I ‘Vispi Siciliani’. Tutti gli uomini del Ministro Salvo Andò che hanno dichiarato guerra alla mafia, Quaderni di Città d’Utopia, Catania, 1992.

Colombia l’ultimo inganno. Lotta al narcotraffico, paramilitarismo, violazione dei diritti umani, Palombi Editore, Roma, 2001.

Con Antonello Mangano, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, Sicilia Punto L, Ragusa, 2006.



CHIUDERE I C.I.E., APRIRE LE FRONTIERE!

SABATO 23 LUGLIO

PRESIDIO DI CONTROINFORMAZIONE ANTIRAZZISTA

TRAPANI – P.ZZETTA SATURNO dalle 21,00

“Serraino Vulpitta”, Kinisia, Milo.
Tre lager nella stessa città. Questo è il triste primato che Trapani può vantare in questi mesi terribili scanditi dalla repressione e dalla guerra.
Il nuovo Centro d’Identificazione ed Espulsione di Milo è stato aperto ufficialmente: un mostro che può inghiottire duecento persone colpevoli solo di essere nate nella parte sbagliata del mondo, stando ai criteri dei potenti che dispongono delle vite di noi tutti. Sei milioni di euro investiti nel razzismo e nella repressione istituzionale, sei milioni di euro sottratti ai servizi pubblici, alle risorse idriche di una città strumentalmente assetata, al miglioramento del bene comune. Fortunatamente, anche da Milo si può scappare, così come hanno fatto almeno una ventina di immigrati giusto qualche giorno fa, dimostrando che l’umanità può sempre vincere sulla barbarie del potere.
Il “Serraino Vulpitta” è ancora aperto, con le sbarre affumicate da rivolte che si ripetono periodicamente e che non fanno quasi più notizia. L’apertura del CIE di Milo avrebbe dovuto sancire la chiusura definitiva del primo famigerato centro di internamento per immigrati della città, dove morirono sei persone quasi dodici anni fa. E invece è ancora lì, nel cuore di una Trapani intenta a pensare ad altro.
Alcuni mesi fa, sull’onda della cosiddetta emergenza-sbarchi, il governo italiano pensò bene di allestire una tendopoli a Kinisia, un posto dove ammassare le persone in condizioni di assoluto degrado e invivibilità nelle campagne fra Trapani e Marsala, in una terra di nessuno inquinata dall’amianto sulla pista dell’ex aeroporto militare dove negli anni ’80 partivano e arrivavano, con la copertura dei servizi segreti, aerei carichi di droga e armi. Intanto, dall’aeroporto di Birgi decollano ancora oggi – nell’indifferenza di tutti – i caccia Tornado con destinazione Tripoli, per una delle operazioni di guerra più assurde della storia recente.
Eppure, noi non ci rassegniamo a tutto questo. Torniamo in piazza per ribadire la nostra ferma opposizione alle politiche repressive nei confronti degli immigrati, torniamo in piazza contro il razzismo e il fascismo che avanza sotto forme sempre nuove e sempre subdole, torniamo in piazza contro la guerra e il militarismo.
Per la libertà e l’uguaglianza di tutti, per la pace e la solidarietà internazionale, noi non facciamo un passo indietro.

Coordinamento per la Pace – Trapani
Gruppo Anarchico “Andrea Salsedo” – Trapani



CONTRO OGNI FASCISMO! LIBERI TUTTI!

Sessantasei anni fa c’erano le leggi razziali, i campi di concentramento, le deportazioni. Oggi ci sono le leggi razziste, le tendopoli, i rimpatri coatti.
Sessantasei anni fa in Europa c’erano le dittature, la guerra, la Resistenza, la vittoria della libertà. Oggi, tra il Nordafrica e il Medioriente, ci sono le dittature, le guerre, le tante resistenze e le prime sofferte vittorie della libertà.

L’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, che per noi non è mai stato una vuota celebrazione, assume oggi un significato ancora più importante e attuale.
Da sempre denunciamo la deriva autoritaria in Italia, la repressione del dissenso, la scelta dissennata del militarismo per risolvere i conflitti esterni e interni.
Oggi, ricordare la Liberazione significa ricordare che a due passi da casa nostra, in questa frontiera chiamata Trapani, ci sono i centri di detenzione per immigrati, c’è una tendopoli fatta per recintare gli stranieri come fossero bestie, c’è un aeroporto dal quale partono gli aerei della guerra, che nulla hanno a che fare con la pace e la democrazia.
Oggi, ricordare la Liberazione significa rilanciare l’impegno contro ogni fascismo, ogni discriminazione, in solidarietà ai popoli oppressi e alle loro lotte per la libertà.

25 APRILE
GIORNATA DELLA LIBERAZIONE

Mostre fotografiche e banchetti informativi sulle resistenze di ieri e di oggi
piazzetta Saturno, dalle 17.30

Coordinamento per la Pace – Trapani




8 MARZO, LOTTA DI TUTTI

La lotta delle donne è innanzitutto una lotta per l’autodeterminazione.
La battaglia quotidiana per scardinare un sistema che riconosce alla donna solo il ruolo impostogli dalle convenzioni sociali è parte imprescindibile del percorso di liberazione di tutti gli esseri umani, siano essi uomini o donne, da ogni forma di oppressione.
Il sessismo, così come il razzismo, è emanazione diretta di un sistema che basa la sua ragion d’essere sullo sfruttamento e l’imposizione.
In questa società autoritaria e gerarchica, fondata sul patriarcato e il maschilismo, essere donne equivale a essere considerate soltanto figlie, madri, casalinghe, amanti, prostitute, suore, ecc. Quindi, o eterne partorienti – fulcro della famiglia convenzionale – o licenziose sfasciafamiglie o, ancora, icone di purezza e castità. In questa negazione dell’autonomia femminile, non c’è spazio per la libertà di scelta: di qui i continui attacchi da parte della Chiesa al diritto di aborto e a una maternità consapevole, e la costante mercificazione del corpo femminile che, allo stesso modo, nega ogni reale emancipazione sessuale.
In questo contesto non stupiscono i recenti fatti avvenuti nella caserma del Quadraro a Roma, dove tre carabinieri e un vigile urbano hanno abusato di una donna detenuta in cella di sicurezza, o ancora, quel che è accaduto nel Centro di Identificazione ed Espulsione in via Corelli a Milano, dove Joy, una ragazza nigeriana, è stata violentata e malmenata da un ispettore di polizia che è stato puntualmente assolto dalle accuse. Ancora una volta il potere non condanna se stesso.
Oggi come sempre, la presa di coscienza è il primo passo da compiere per porre fine allo stato di degrado e di negazione della libertà in cui siamo tutti relegati. Comprendere che la causa del problema risiede nel sistema, e che le difficoltà che ci troviamo ad affrontare sono solo una sua diretta conseguenza, è un passo decisivo per costruire percorsi di lotta efficaci e risolutivi.

Coordinamento per la Pace – Trapani

coordinamentoperlapace@yahoo.it