Coordinamento per la Pace – Trapani


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immigratiTremilaquattrocentodiciannove. Tanti sono stati, secondo una stima dell’Onu, i migranti inghiottiti dalle acque del Mediterraneo nel corso dell’anno che sta per concludersi. Proviamo a rileggerlo questo numero abnorme, magari a voce alta: tremilaquattrocentodiciannove.
Di immigrazione si continua a morire, nonostante tutto. Evidentemente, le grandi operazioni militari come Mare Nostrum, spacciate dalla propaganda di governo come encomiabili missioni umanitarie, dimostrano tutti i loro limiti nel momento in cui si scontrano con la brutalità delle cifre. Cifre che sono persone in carne e ossa, donne e uomini costretti a morire a causa di leggi disumane che ne impediscono la libertà di movimento. Nel 2014 sono stati oltre 207.000 i migranti che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo, scappando da guerre e miseria. Certo, in molti sono stati salvati, ma se ci fossero canali regolari e sicuri, e se le maglie giuridiche non fossero così strette al punto da costringere gli immigrati e i profughi alla clandestinità, allora non ci sarebbero i viaggi della speranza, non ci sarebbero gli scafisti, non ci sarebbero i trafficanti di uomini, non ci sarebbero gli sfruttatori e gli sfruttati. Soprattutto, non ci sarebbero i morti.
Ragionare apertamente su tutto questo serve a contrastare uno dei maggiori pericoli dei nostri tempi: l’indifferenza. È proprio sull’indifferenza che i professionisti della politica e del terzo settore coltivano i loro interessi sulla pelle dei disperati. Ad esempio, le recenti cronache sulla mafia romana hanno svelato quanto sia ghiotto il mercato della cosiddetta accoglienza, con fascisti ed esponenti del Partito democratico pronti a sedersi al medesimo tavolo per spartirsi la torta e fomentare l’odio razzista nelle periferie della capitale.
Gestire l’immigrazione significa gestire soldi, potere, controllo sulle vite: non c’è bisogno di andare lontano per ricordarci delle recenti inchieste che hanno coinvolto la Caritas trapanese scoperchiando scenari abietti a base di ricatti sessuali e permessi di soggiorno.
Tenere gli immigrati in uno stato di perenne sfruttamento significa disporre delle loro vite come fossero oggetti da usare e poi buttare. Un po’ come è successo a Bose Uwadia, costretta a prostituirsi a Trapani per pagare il debito contratto con chi l’aveva fatta arrivare in Italia, e poi ammazzata a Custonaci, molto probabilmente da un italiano.
Oggi, 28 Dicembre 2014, anche se il Centro di identificazione ed espulsione “Vulpitta” non c’è più, i quindici anni trascorsi dalla strage in cui morirono sei ragazzi imprigionati perché immigrati, ci consegnano la pesante eredità di un’Italia e di un’Europa che continuano a voltarsi dall’altra parte rispetto ai disastri prodotti dalle loro politiche di guerra e di esclusione.
Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim non sono soltanto i nomi – che mai dimenticheremo – delle vittime del “Vulpitta”, ma rappresentano il nome collettivo con cui ricordare – senza mai cedere all’indifferenza – tutte le vittime delle frontiere e dei razzismi.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2014

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