Coordinamento per la Pace – Trapani


FUOCHI CON LE FRONTIERE

Nell’anniversario del rogo divampato il 28 Dicembre 1999 al Centro di permanenza temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani, non possiamo fare a meno di ricordare – insieme alle vittime di allora (Rabah, Nashreddine, Ramsi, Lofti, Jamel, Nasim) – l’ultimo morto ammazzato da questa infame società basata sullo sfruttamento e l’ingiustizia: Omar Baldeh, 36 anni, bracciante agricolo originario della Guinea Bissau.
Anche in questo caso si è trattato di un incendio. La tragedia si è consumata nella baraccopoli in cui da tanti, troppi anni ormai, si ritrovano a vivere ogni anno centinaia di lavoratori stranieri impegnati come stagionali nella raccolta delle olive tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Un vero e proprio ghetto dove, già nel 2013, morì per un altro rogo accidentale il giovane Ousmane Diallo, bracciante senegalese.
Le condizioni in cui centinaia di lavoratori sono costretti a vivere sono semplicemente aberranti. Alle soglie del 2022 a Campobello (così come in molte parti d’Italia, da Nord a Sud), le dinamiche del lavoro agricolo (specialmente stagionale) sono improntante al più bieco sfruttamento da parte di padroni, proprietari terrieri e caporali che costituiscono una fitta rete di dominio e che possono contare sulla compiacente indifferenza delle istituzioni. Ed è così che esseri umani che, da un punto di vista legale, sono come dei “fantasmi” privi di diritti, vengono di fatto condannati a vivere (e morire) in baracche di cartone e lamiera, tra i rifiuti, senza acqua corrente, senza alcuna assistenza.
Quando poi ci scappa il morto, la politica e le autorità cercano di correre maldestramente ai ripari, salvo poi mostrare il loro vero volto allorché si tratti di contrastare le lotte, le forme di autogestione, di autorganizzazione e di solidarietà dal basso che generosamente nascono e si sviluppano sulle ceneri di un’esistenza così drammatica. Sono proprio queste esperienze di autodeterminazione messe in campo dai migranti (e dai tanti italiani solidali che si stringono intorno a loro) che bisogna sostenere e promuovere.

Nel momento in cui scriviamo, ci giungono i primi dati, comunque parziali, di due terribili naufragi avvenuti nel Mar Egeo a poche ore l’uno dall’altro: decine e decine di morti, tra cui un neonato, affondati nel tentativo di raggiungere l’Europa passando dalla Grecia. La Repubblica ellenica si sta distinguendo, negli ultimi tempi, per una criminale politica di respingimenti in mare davanti alla quale l’Unione europea non fa una piega, mentre sul confine polacco-bielorusso si consuma la continua vergogna delle botte e delle cariche nei confronti dei profughi. Botte e cariche che assomigliano tanto a quelle che le guardie di frontiera statunitensi riservano ai migranti messicani, al confine meridionale degli Usa, inseguiti e frustati da gendarmi a cavallo. Insomma: la globalizzazione della repressione crea frontiere e tragedie uguali in tutto il mondo.
Queste masse di diseredati sono la carne viva che scappa dalla morsa del capitalismo, del neocolonialismo, dello sfruttamento intensivo delle risorse. Se a questo aggiungiamo gli effetti della pandemia da coronavirus, dei cambiamenti climatici, della siccità, dell’inquinamento, delle guerre e di tante altre criticità legate a questo modello di “sviluppo” che sta ammazzando il mondo, possiamo ben comprendere le ragioni di chi decide di rischiare tutto per cambiare vita.

Nonostante le drammatiche emergenze planetarie, i governi di tutto il mondo continuano a spendere un mare di denaro nella corsa agli armamenti, balbettano imbarazzati di fronte alla necessità di affrontare con provvedimenti concreti il riscaldamento globale, non cedono di un millimetro nella tutela degli interessi dei pochi a scapito della vita di tutti gli altri, non si preoccupano di creare condizioni di vita e di salute degne per tutti.
L’umanità che brucia nel ghetto di Campobello è la stessa umanità che affoga nel Mediterraneo, che è “murata viva” nella Striscia di Gaza, che scappa dai talebani rimessi al potere dagli americani in Afghanistan, che cade da una gru in un cantiere a Torino o viene risucchiata in un telaio di Prato. Per quanto diverse possano sembrare queste vicende, a tenerle insieme è l’inumanità di un sistema che antepone a tutto il profitto e l’interesse di pochi.
È davvero questo quello che vogliamo?

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2021



Una lettera
3 novembre 2021, 12:56
Filed under: Approfondimenti, Pace

«Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò, maledetto chi pel primo la gridò. Sono stanco di questa schiavitù militare, di questa obbedienza umiliante e misera, stomacato dagli abusi che si commettono sotto l’ipocrita spoglia della disciplina. Avevo un altro concetto della vita militare prima della guerra, credevo vi fosse tutta gente compita, invece c’è la feccia, la melma, il fior fiore dell’imbecillaggine, il rifiuto della società civile, gente che non ha coscienza che non può avere larghe vedute… Il militare deve sottoporre tutto se stesso ad un altro individuo che si chiama superiore, fosse anche l’essenza della guerra e dell’ignoranza».

Con queste parole il soldato C.A., ventiseienne della provincia di Avellino, descriveva in data 11 settembre 1917 alla signorina M.D.M i suoi sentimenti verso la guerra e l’esercito dopo aver vissuto l’esperienza della trincea.
Per questa missiva, considerata denigratoria, sarà processato da un tribunale militare e condannato ad otto mesi di carcere.

Il soldato C.A. è uno dei 350.000 soldati italiani processati durante la Grande Guerra.
Con 870.000 denunce, di cui 470.000 riferite ai renitenti alla chiamata militare, e 400.000 per reati commessi sotto le armi (tra cui numerosissimi i casi di diserzione), gli italiani, dentro e fuori dai confini, dimostrarono quali erano i sentimenti predominanti verso la guerra.
Duecentodiecimila soldati saranno condannati a varie pene, sedicimila all’ergastolo, quasi ottocento a morte (a cui vanno sommati i fucilati al fronte, di cui è impossibile fare una stima attendibile).
Rinnovare la memoria di questi uomini, e di tutti quelli che al fronte e dietro le linee, in ogni paese soffrirono e lottarono contro la guerra dovrebbe essere un dovere per tutti noi.
Non osiamo dire che avremmo voluto che la lettera del soldato C.A. fosse letta oggi nei luoghi delle Istituzioni, dove si continua a celebrare il massacro di intere generazioni. Sappiamo bene quanto non c’è posto per questa memoria in certi ambienti.
Ma vorremmo che la lettera del soldato C.A. fosse letta in ogni casa, in ogni strada, in ogni scuola, in ogni luogo di lavoro perché il suo giudizio categorico sulla guerra, lo stesso di altri milioni di uomini, continui a vivere e ad alimentare il rifiuto totale di ogni conflitto tra poveri, per il presente e per il futuro.

***

Il testo, che sottoscriviamo per intero, è tratto da: https://it-it.facebook.com/cannibaliere/

La lettera è tratta da: E. Forcella A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari. 2014

La foto è tratta da: https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/giustizia-militare/index.html#Intro

Coordinamento per la Pace – Trapani

4 Novembre 2021



LA PAURA DEL VIRUS E IL VIRUS DELLA PAURA

Non avremmo mai immaginato di ricordare il ventunesimo anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea per immigrati “Serraino Vulpitta” in un contesto mondiale dominato da una pandemia.
Questa emergenza planetaria ha stravolto la vita di tutti, letteralmente. Le ripercussioni sociali, politiche ed economiche sono e saranno enormi da un punto di vista collettivo, così come altrettanto gravi saranno le ferite psicologiche e relazionali che ciascun individuo porterà con sé.

Su un piano politico, la pandemia ha offerto ai governi la possibilità di affinare una serie di dispositivi di controllo sociale e di disciplinamento che non si erano mai visti prima, quanto meno nel mondo occidentale, in tempi di pace.

Fughiamo ogni dubbio prima di proseguire nel ragionamento: noi non siamo negazionisti e non abbiamo alcun dubbio sulla oggettiva pericolosità del Covid-19. Siamo altresì convinti che sia necessario che ogni persona assuma comportamenti responsabili per la salute propria e degli altri adottando ogni accorgimento utile.

Cionondimeno, non possiamo esimerci da una riflessione sull’estrema pericolosità dei provvedimenti repressivi che nel corso di questo anno sono stati sperimentati in Italia sul corpo sociale. Abbiamo assistito a una implementazione tanto ossessiva quanto contraddittoria della decretazione d’urgenza da parte del governo. Abbiamo visto sindaci e presidenti di regione convinti di essere dei piccoli dittatori, impegnati a emettere ordinanze gratuitamente persecutorie, accecati da un delirio di onnipotenza giustificato dall’emergenza sanitaria. Durante i mesi della chiusura totale del paese, l’opinione pubblica è stata bombardata da messaggi retorici e propagandistici finalizzati al reclutamento collettivo per questa presunta “guerra al coronavirus”. Nel delirio nazionalista, a metà tra il patetico e il ridicolo, venivano appesi i tricolori alle finestre, ai bambini si facevano disegnare gli arcobaleni, e ogni pomeriggio si accendeva lo stereo per diffondere l’Inno di Mameli.

“Andrà tutto bene” ci dicevano.

Nel frattempo, gli ospedali del Nord Italia andavano al collasso e le persone continuavano a morire, a migliaia. Medici e infermieri si ammalavano perché non avevano nemmeno le mascherine, alla faccia della retorica su “i nostri eroi”.
Mentre una nazione intera veniva chiusa in casa, i lavoratori della sanità sono stati abbandonati a loro stessi, le grandi fabbriche del Nord non hanno mai sospeso la loro attività e così il virus ha continuato a viaggiare velocemente sulle gambe dei pendolari che affollavano i mezzi pubblici per recarsi al lavoro. Mentre in Tv e sui giornali si puntava il dito contro chi usciva di casa, da solo, per fare jogging al parco, le fabbriche di armi restavano aperte e operative, perché annoverate tra le “attività essenziali” dal decreto del presidente del consiglio.
Mentre ovunque ci veniva detto di “restare a casa”, non si è mai proceduto a una seria mappatura del contagio necessaria all’adozione di provvedimenti più efficaci e razionali. In questa disgustosa fiera dell’ipocrisia esercitata letteralmente sulla pelle degli italiani, in pochissimi hanno denunciato con chiarezza che la classe dirigente che oggi pontifica sulla salute e sulla sicurezza degli italiani è la medesima classe dirigente che ha distrutto il sistema sanitario nazionale negli ultimi trent’anni.
Oggi paghiamo a carissimo prezzo tutti i tagli alla sanità, le chiusure di molti ospedali, la drastica riduzione dei posti letto, il depotenziamento dell’assistenza territoriale, la privatizzazione selvaggia dei servizi, il blocco delle assunzioni del personale medico e infermieristico.
Va detto chiaro e tondo che i veri responsabili di questo sfacelo sono quegli stessi politicanti che per mesi hanno vestito i panni dei moralizzatori per censurare i comportamenti dei cittadini accusandoli di essere degli irresponsabili o dei criminali.

Il governo italiano ha avuto sei mesi di tempo per correre ai ripari e affrontare decentemente quella che tutti chiamano adesso la “seconda ondata” e che tutte le persone mediamente accorte sapevano si sarebbe verificata.
E invece, nulla.
Le forti pressioni da parte del padronato e di Confindustria rispetto alla necessità di far ripartire l’economia e il turismo hanno avuto come unico risultato la ripresa esponenziale dei contagi, anche in quelle aree del paese che fino ad allora se l’erano cavata. Tra provvedimenti governativi demenziali e ipocriti (come la riapertura estiva delle discoteche, poi subito chiuse), nelle fabbriche – quelle grosse – non si è mai smesso di lavorare e i mezzi di trasporto pubblici non sono mai stati potenziati per decongestionare l’affluenza. Ci si è accapigliati per settimane sulle scuole (scuole che, specie al Sud, continuano a cadere a pezzi) costringendo poi gli studenti alla didattica a distanza senza pensare a soluzioni meno lesive del diritto all’istruzione e alla fruizione degli spazi scolastici.

Lo stato si è dimostrato incapace di garantire il giusto ristoro economico alle attività che si erano fermate, e per moltissimi italiani la Cassa integrazione è stata un vero e proprio dramma a causa dei gravissimi ritardi nell’erogazione del denaro.
Quando si tratta di finanziare le missioni militari o l’acquisto di armi, però, i soldi si trovano sempre e subito. Quante terapie intensive si possono allestire con i soldi spesi per un cacciabombardiere?

La paura del virus, tanto umana quanto comprensibile, ha generato un’infezione altrettanto temibile: il virus della paura.
Lo scenario distopico in cui siamo immersi si alimenta non solo delle azioni del governo ma anche dall’angoscia di morte che, in molti casi, ha dato luogo a comportamenti ossessivi da parte dei singoli cittadini. La paura del virus, in molti casi, è stata rielaborata con la solita costruzione del capro espiatorio: all’inizio era tutta colpa dei cinesi, poi di tutti gli altri immigrati, e così via. Nella ricerca spasmodica di un “untore”, molti cittadini hanno assunto atteggiamenti odiosamente delatori per segnalare alle autorità, anche in maniera pretestuosa, i presunti trasgressori dei divieti governativi.
In questa surreale interruzione della cosiddetta normalità, non hanno aiutato le dichiarazioni spesso ambigue e contraddittorie da parte di alcuni esponenti del mondo scientifico sulle origini e i possibili rimedi alla malattia che hanno involontariamente dato fiato ai deliri negazionisti e complottisti cavalcati strumentalmente da reazionari e fascisti, sia in Italia che all’estero.

Non è certo la prima volta che l’umanità è costretta a fare i conti con una pandemia. Come sempre le conseguenze peggiori sono patite dai soggetti più deboli e da quelle fasce della popolazione la cui “normalità” è scandita dalla povertà e dalla marginalità. In uno stato d’eccezione come quello che stiamo vivendo, queste problematiche sono addirittura esacerbate.
Per esempio, ci sembrano significativi, sul fronte dell’immigrazione in Italia, i dati emersi nel Dossier statistico 2020 realizzato da Idos. Lo studio dimostra che lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, specialmente in agricoltura, è sensibilmente peggiorato in un quadro di generale aumento della precarietà e della discriminazione, ulteriormente aggravato dall’emergenza sanitaria. A ben vedere, tutti i lavoratori in nero, tutti gli sfruttati, tutti i sottopagati, tutte le persone – di qualunque nazionalità – che si arrangiano per tirare a campare sono state travolte dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia.
Nel nostro territorio ha tenuto banco per diverso tempo la drammatica situazione del centro di accoglienza di Valderice adibito a centro per la quarantena, con numerosi episodi di tensione, tentativi di fuga e rivolte che hanno dato origine a vibranti proteste da parte dei cittadini esasperati. Purtroppo è un copione destinato a ripetersi, dal momento che gli immigrati costretti alla clandestinità hanno molta più paura di finire dentro a un centro di detenzione o di essere rimpatriati, piuttosto che di ammalarsi di Covid-19.

Il coronavirus ha sostanzialmente svelato tutti i limiti e le contraddizioni del modello sociale ed economico dominante. Il fenomeno dello spillover (il salto di specie) che con ogni probabilità è all’origine di questa infezione, è strettamente legato all’invasività dell’attività umana sulla natura e al carattere predatorio dell’economia capitalistica sulle risorse planetarie. Allo stesso tempo, il coronavirus ha messo drammaticamente a nudo l’estrema fragilità di un sistema che per mantenere i profitti e i privilegi di poche persone, continua a massacrare la maggior parte della popolazione mondiale attraverso la privazione di diritti fondamentali come, in questo caso, il diritto alla salute e a cure efficaci uguali per tutti.

In questo scenario desolante la speranza arriva, ancora una volta, dalle tante reti autogestite che in tutta Italia (e non solo) hanno cercato di far fronte ai durissimi mesi del lockdown attraverso azioni di solidarietà concreta destinate alle persone più in difficoltà, a dimostrazione del fatto che il mutuo appoggio e il sostegno reciproco sono il miglior vaccino contro il virus della paura.

Chiudiamo la nostra riflessione sull’anno appena trascorso, nell’anniversario del rogo del “Vulpitta”, rivolgendo il nostro pensiero ai quattordici detenuti morti in seguito alle rivolte di marzo scoppiate in molte carceri italiane. La paura del virus, il terrore del contagio alla luce del perenne sovraffollamento degli istituti di pena, e il divieto alle visite dei parenti scatenarono il panico e la rabbia dei carcerati. Le rivolte furono represse nel sangue.
Quattordici morti dei quali nessuno ha mai più voluto parlare. Un’altra strage di stato che si aggiunge alla lunga scia di sangue con cui viene tracciata la strada della cosiddetta democrazia.
Tranquilli, però: “Andrà tutto bene”.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2020



VENT’ANNI DI INGIUSTIZIE

Nessun-essere-umano-e-illegale

Vent’anni fa si consumava a Trapani la più grande tragedia dell’immigrazione legata all’universo detentivo costituito dai centri di permanenza temporanea.
Il rogo in cui persero la vita Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim all’interno del “Serraino Vulpitta” rimane un momento fondamentale per comprendere il dramma dell’immigrazione in Europa. Una strage avvenuta sulla terraferma, a due passi dalle nostre case, all’interno di una struttura voluta e concepita dalle istituzioni per annientare la libertà degli “indesiderati”. Una tragedia per la quale la giustizia italiana non seppe individuare alcun colpevole.
Se dovessimo fermarci ai numeri, la storia delle migrazioni contemporanee ha certamente registrato (e continua purtroppo a farlo) stragi ben più consistenti.
Non è una questione di numeri, ovviamente. Anche una sola esistenza sacrificata sull’altare delle frontiere rappresenta un delitto insopportabile nei confronti dell’umanità intera. Proprio per questo motivo, le sei vittime del “Serraino Vulpitta” continuano a chiamarci in causa, ancora oggi.

Dopo vent’anni, nell’analisi della fase attuale, siamo costretti – ancora una volta – a denunciare le problematiche di sempre.
I centri di detenzione (che oggi si chiamano CPR – Centri per il Rimpatrio) sono ancora attivi, anche se in misura ridotta. I canali legali di ingresso in Italia sono sempre inaccessibili con il risultato che la gente continua ad affrontare viaggi pericolosissimi per mare e per terra.
La criminalizzazione nei confronti dei migranti e di tutte le minoranze continua ad avvelenare il clima politico già abbastanza intossicato dalla propaganda dei cosiddetti “sovranisti” (un eufemismo dietro al quale si nascondono i soliti razzisti e fascisti) e dai loro media di riferimento.
Nel momento in cui scriviamo, le navi Mare Jonio e Alex (della piattaforma solidale Mediterranea) e la Eleonore della Ong Lifeline sono ancora bloccate nei porti per effetto del decreto sicurezza bis e della feroce campagna politica e mediatica che si è dispiegata negli ultimi due anni contro le organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare aperto. Pertanto, se qualcuno aveva sperato in un qualche segnale di discontinuità con l’insediamento del nuovo governo e la scomparsa della Lega dall’esecutivo, ha fatto male i conti.
Tanto per fare un esempio, con una circolare del 19 Dicembre il Ministero dell’Interno ha dato esecuzione a quanto previsto dal primo decreto sicurezza voluto dall’ex ministro Matteo Salvini: l’abrogazione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Questo significa che dal 1° Gennaio i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria saranno esclusi dal sistema dell’accoglienza con tutte le prevedibili conseguenze in termini di precarietà, impoverimento, disperazione. Un rischio concreto di fronte al quale, solo nelle ultime ore, il Viminale ha promesso che nessuno sarà lasciato per strada. Vedremo.
Di sicuro, le uniche condizioni che, nel corso degli anni, si sono mantenute costanti sono quelle che garantiscono lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati (come nelle campagne della provincia di Trapani, ad esempio), la tratta delle prostitute, la clandestinità diffusa, i lauti affari del padronato e delle mafie sotto lo sguardo indolente e complice delle stesse istituzioni.
Nonostante l’intollerabilità di un sistema profondamente ingiusto e ipocrita, la propaganda razzista ha sfondato nell’immaginario collettivo della società italiana, sempre più carica di livore e disprezzo nei confronti degli immigrati, considerati – oggi più di ieri – il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona in questo paese.
A noi sembra, invece, che le cause della crisi dalla quale l’Italia non sembra in grado di uscire siano riconducibili a ben altro. Non è colpa degli immigrati se in Italia il lavoro non c’è o, se c’è, è sottopagato e precario. E non è colpa degli immigrati se in molte aree del paese (specialmente al Sud) si stanno consumando veri e propri drammi occupazionali (si pensi all’Ilva di Taranto, alla Whirlpool di Napoli, ad Almaviva a Palermo, alla Blutec di Termini Imerese, ma anche alla clamorosa chiusura di Mercatone Uno a Bologna o alla crisi delle acciaierie di Piombino).
E, restando ancorati a questo territorio, non ci sembra che sia stato per colpa degli immigrati se l’aeroporto civile di Birgi è sprofondato nella crisi che tutti conosciamo o se i Cantieri navali di Trapani sono andati letteralmente in malora.

Le responsabilità del disastro del sistema paese vanno ricercate, invece, in una classe politica impreparata e impresentabile, nella ferocia di un sistema capitalistico sempre più vorace e predatorio, nel progressivo indebolimento della coscienza civile e democratica di tutto il corpo sociale, sempre meno abituato a battersi per i propri diritti, sempre meno capace di distinguere le vittime dai carnefici, sempre meno avvezzo a riconoscere i soprusi e a valorizzare la solidarietà.
Eppure, un’altra Italia c’è e resiste, lo sappiamo bene. È l’Italia delle lotte che, seppur frammentate, cercano di porre un argine al dilagare della barbarie, alla devastazione dei territori, all’inquinamento, alla militarizzazione. È l’Italia delle associazioni e degli individui che si mobilitano per salvare vite umane contrastando materialmente gli effetti nefasti delle politiche razziste. C’è un’Italia che – da Nord a Sud – costruisce reti solidali per far fronte alla povertà, ai licenziamenti, alla mancanza di lavoro o di alloggi, al razzismo, alle discriminazioni di ogni tipo.
È un’Italia la cui voce viene sommersa dagli strepiti di un dibattito pubblico sguaiato e intossicato. In questo senso, ci sembra assai condivisibile pretendere dai politici un linguaggio più sobrio e una comunicazione istituzionale più trasparente e meno aggressiva. Ed è altrettanto condivisibile la mobilitazione per l’abolizione del decreto sicurezza, ci mancherebbe altro. Ma quando il doveroso contrasto alle destre razziste e fasciste è stimolato quasi esclusivamente da mere esigenze elettorali, senza essere sostenuto da una analisi complessiva delle dinamiche sociali e politiche che ci hanno portato alla condizione attuale, il rischio è quello di non cogliere le contraddizioni del sistema e le responsabilità vecchie e nuove dei finti progressisti che governano il paese e che, di fatto, spianano la strada alle oscene provocazioni dei reazionari.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2019



IL GOVERNO DELLA PAURA

L’anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” cade in uno dei periodi più bui nella storia di questo paese. Il progressivo attacco ai diritti umani e alle libertà civili, portato avanti da vent’anni senza sostanziali differenze da governi di ogni colore, sta raggiungendo il suo apice grazie all’esecutivo guidato da Lega e Movimento Cinque Stelle.
Il cosiddetto “decreto sicurezza”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, è un formidabile strumento repressivo che colpisce in primo luogo gli immigrati ma che non risparmia, più in generale, tutti i soggetti vulnerabili che – secondo questa logica abietta – vengono criminalizzati proprio per la loro marginalità.

Per quanto riguarda l’immigrazione, a diciannove anni dal rogo del Vulpitta, le cose sono addirittura peggiorate.
Con la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (che consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale) migliaia di persone vedranno andare in pezzi la loro vita e le loro speranze, non potranno uscire dal territorio nazionale ma non potranno neanche restarvi in maniera regolare.

I Centri per il Rimpatrio (CPR) costituiscono la lugubre riproposizione di quelli che furono i CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e i CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione), strutture che ben conosciamo e la cui natura concentrazionaria viene rilanciata dal governo “giallo-verde” con l’allungamento fino a 180 giorni del periodo di detenzione: sei mesi dietro le sbarre per la sola colpa di essere immigrati, di non essere europei e di non avere i documenti. A Trapani – dalle parti di Milo – ci si prepara all’ennesimo cambio di denominazione del CPT-CIE-Hotspot-CPR, alla faccia dei bei discorsi sulla “città dell’accoglienza”: il bando di gara per la nuova gestione del vecchio lager trapanese è già stato pubblicato.

Il drastico ridimensionamento del sistema Sprar (che verrà riservato solo ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati) espellerà dal circuito dell’accoglienza un numero enorme di persone che si ritroveranno tagliate fuori da ogni opportunità di inclusione.

A dispetto della propaganda del governo, dunque, questo decreto produrrà solo e soltanto insicurezza.
Ancora una volta, infatti, le norme in materia di immigrazione sono orientate all’esclusione e alla marginalizzazione.
Limitare e restringere il ventaglio dei diritti significa aumentare l’irregolarità e la precarietà.
Come in ogni approccio proibizionistico, l’effetto di questo decreto sarà l’esatto contrario della tanto sbandierata sicurezza: da questo momento, infatti, molte più persone saranno costrette a vivere nella clandestinità, nella paura, senza tutele, senza diritti, sotto il ricatto del bisogno. Una vera bomba sociale innescata dal governo che, in questo modo, prepara il terreno per ulteriori persecuzioni.
È bene chiarire che l’oggettivo peggioramento della situazione non presenta elementi di significativa discontinuità rispetto al passato perché si colloca sulla stessa scia dell’azione del precedente governo targato PD. Non furono casuali, in tal senso, gli apprezzamenti che Salvini riservò, appena insediatosi al Viminale, al suo predecessore Marco Minniti.

Come abbiamo sempre sostenuto, la gestione repressiva dell’immigrazione rappresenta un terreno di sperimentazione per la compressione dei diritti e della libertà di tutti. È questo che bisogna capire: la guerra agli immigrati è, in realtà, una guerra scatenata contro tutti i cittadini, specialmente i più poveri. In questo decreto sono presenti, infatti, delle norme che inaspriscono le sanzioni per pratiche come il blocco stradale (che diventa reato penale) o l’occupazione di edifici (fino a quattro anni di reclusione). È evidente il carattere intimidatorio del provvedimento nei confronti di chi vorrà, ad esempio, mettere in pratica delle semplici azioni dimostrative nell’ambito di una manifestazione o di uno sciopero di lavoratori, così come sono avvisati tutti quelli che, non avendo un tetto sopra la testa, si ritrovano a occupare i tantissimi spazi abbandonati che ci sono nelle nostre città. Anche l’estensione della pistola elettrica (Taser) alle polizie locali delle grandi città va nell’inquietante direzione, già tracciata dai ministri Alfano e Minniti, di uno stato di polizia in cui le forze dell’ordine sono sempre più armate.

Siamo ben consapevoli che la criminalità dell’azione del governo va di pari passo con l’aumentare delle pulsioni antisociali e autoritarie che innervano il paese. Ricorderemo il 2018 per il dilagare delle aggressioni razziste e degli episodi di intolleranza in tutta Italia (Sicilia compresa); per l’attentato terroristico a Macerata del nazista Traini (già candidato con la Lega Nord nel 2017); per la vergognosa vicenda della nave Diciotti attraccata al porto di Trapani con 67 persone tenute in ostaggio; per l’incredibile arresto del sindaco di Riace, colpevole di aver dimostrato con i fatti che è possibile fare accoglienza ricostruendo intere comunità; per l’inaudito accanimento della magistratura nei confronti delle Organizzazioni Non Governative la cui azione umanitaria viene boicottata e criminalizzata con i pretesti più disparati.

Sono tempi difficilissimi, inutile nasconderlo. A maggior ragione, tutte le donne e tutti gli uomini che non si riconoscono nella brutalità di questo presente sono chiamati a resistere e a non rassegnarsi.
Alle bufale bisogna contrapporre la verità dei fatti, al qualunquismo bisogna reagire con la responsabilità, all’odio generato da malafede e ignoranza bisogna contrapporre la solidarietà per far fronte comune contro chi agita paure irrazionali e inesistenti divisioni per esercitare meglio il proprio dominio.
Piuttosto che pensare al futuro, o a tempi migliori di là da venire, è necessario ri-costruire qui e ora – nelle relazioni sociali, in tutti i luoghi e in tutte le occasioni possibili – un tessuto solidale e civile che sappia arginare e depotenziare ogni attacco che viene fatto al buon senso e all’umanità, da qualunque parte provenga.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2018 (19° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)



CENTO ANNI DI VERGOGNA, CENTO ANNI DI BUGIE
3 novembre 2018, 21:10
Filed under: Approfondimenti, Comunicati, Documenti, Pace

«Gli assassini dei signori / han voluto far la guerra / e noi altri tutti a terra / e loro a spasso per la città
Là ci mandano al macello / e tutti i signori stanno a guardare / e noi altri ci tocca andare / in quei monti che son lassù
Or si sa che questa guerra / non è fatta per vantaggio / loro a posta l’hanno fatta / per distruggere la gioventù (…)»

[Testo di una canzone trascritta su una lettera da un contadino ventitreenne della provincia di Trapani, artigliere del 21° Reggimento, e che gli costò una condanna a due mesi di reclusione comminata il 18 Maggio 1918]

***

Com’era prevedibile, il centenario della vittoria della Prima Guerra Mondiale viene celebrato in tutto il paese per ricordare l’eroismo degli italiani che sacrificarono la propria vita in nome della patria.
Tutte bugie. In realtà, il massacro della cosiddetta Grande Guerra (quasi dieci milioni di morti in tutto) fu largamente osteggiato dalla maggior parte della società italiana dell’epoca e dai ragazzi che furono strappati alle loro famiglie e alle loro occupazioni per essere mandati a morire tra il fango e i pidocchi per gli interessi dei politici e dei capitalisti di allora.
Oggi noi preferiamo ricordare i tanti disertori e renitenti che fecero di tutto per non diventare carne da cannone, che rifiutarono di obbedire a ordini insulsi, che pagarono anche con la vita la volontà di restare umani e di non uccidere altri ragazzi come loro. Numerose furono, infatti, le rivolte di interi reparti che furono duramente represse con fucilazioni ed esecuzioni sommarie. I grandi assenti nelle celebrazioni del 4 Novembre sono proprio loro: gli 870mila soldati denunciati, dei quali 470mila per renitenza; i 170mila condannati, di cui 111mila per diserzione; i 220mila incarcerati, tra i quali 15mila all’ergastolo. Le condanne a morte furono 4mila.
Per loro non ci sono monumenti e fanfare perché la ragion di stato non ammette disobbedienza, non ammette che si possa fraternizzare con il “nemico”, non ammette che esista anche solo l’umano sentimento della paura. La guerra è, infatti, la cosa più disumana e vergognosa che possa esistere.
A distanza di cento anni, le bugie restano l’arma più affilata della propaganda militarista secondo la quale le guerre sono operazioni umanitarie, e le forze armate sono forze di pace.
Oggi l’Italia impiega più di 9.000 militari in 25 missioni all’estero con mezzi aerei, terrestri e navali che gravano per oltre un miliardo all’anno sul bilancio dello stato.
Nel 2018 le spese militari sono arrivate a 25 miliardi di euro (1,4% del PIL), un aumento del 4% rispetto al 2017. Nonostante le dichiarazioni della ministra Trenta, nessuna riduzione è realmente prevista nei documenti ufficiali.
Anzi, tra i programmi di riarmo nazionale si segnalano le nuove navi da guerra della Marina (tra cui la nuova portaerei Thaon di Revel), i nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, e i nuovi aerei da guerra Typhoon e F-35 (un sistema d’arma prettamente offensivo e intrinsecamente contrario all’articolo 11 della Costituzione Italiana e al Trattato di non Proliferazione Nucleare).
Contemporaneamente, la produzione e l’esportazione di armi non conosce crisi. Nella penisola arabica e in altri fronti caldi del pianeta ci si ammazza con fucili e munizioni rigorosamente made in Italy.
Mentre gli apparati militari vengono mantenuti con i soldi pubblici, e indossare una divisa è l’unica proposta occupazionale a lungo termine che lo stato è in grado di garantire ai più giovani (con il naturale corolllario di irregimentazione, autoritarismo e conformismo che ne consegue), tutte le risorse per i servizi essenziali come la sanità, la scuola, le pensioni, le infrastrutture, la cura del territorio, ecc. vengono drasticamente ridotte.
E una guerra a bassa intensità, sempre più spietata e disumana, viene combattuta quotidianamente – nel nome della “sicurezza” – contro i più poveri e i più indifesi.
Insomma: dopo cento anni, il militarismo continua a vivere di bugie e a produrre vergogna.

Coordinamento per la Pace – Trapani

4 Novembre 2018