Coordinamento per la Pace – Trapani


CENTO ANNI DI VERGOGNA, CENTO ANNI DI BUGIE
3 novembre 2018, 21:10
Filed under: Approfondimenti, Comunicati, Documenti, Pace

«Gli assassini dei signori / han voluto far la guerra / e noi altri tutti a terra / e loro a spasso per la città
Là ci mandano al macello / e tutti i signori stanno a guardare / e noi altri ci tocca andare / in quei monti che son lassù
Or si sa che questa guerra / non è fatta per vantaggio / loro a posta l’hanno fatta / per distruggere la gioventù (…)»

[Testo di una canzone trascritta su una lettera da un contadino ventitreenne della provincia di Trapani, artigliere del 21° Reggimento, e che gli costò una condanna a due mesi di reclusione comminata il 18 Maggio 1918]

***

Com’era prevedibile, il centenario della vittoria della Prima Guerra Mondiale viene celebrato in tutto il paese per ricordare l’eroismo degli italiani che sacrificarono la propria vita in nome della patria.
Tutte bugie. In realtà, il massacro della cosiddetta Grande Guerra (quasi dieci milioni di morti in tutto) fu largamente osteggiato dalla maggior parte della società italiana dell’epoca e dai ragazzi che furono strappati alle loro famiglie e alle loro occupazioni per essere mandati a morire tra il fango e i pidocchi per gli interessi dei politici e dei capitalisti di allora.
Oggi noi preferiamo ricordare i tanti disertori e renitenti che fecero di tutto per non diventare carne da cannone, che rifiutarono di obbedire a ordini insulsi, che pagarono anche con la vita la volontà di restare umani e di non uccidere altri ragazzi come loro. Numerose furono, infatti, le rivolte di interi reparti che furono duramente represse con fucilazioni ed esecuzioni sommarie. I grandi assenti nelle celebrazioni del 4 Novembre sono proprio loro: gli 870mila soldati denunciati, dei quali 470mila per renitenza; i 170mila condannati, di cui 111mila per diserzione; i 220mila incarcerati, tra i quali 15mila all’ergastolo. Le condanne a morte furono 4mila.
Per loro non ci sono monumenti e fanfare perché la ragion di stato non ammette disobbedienza, non ammette che si possa fraternizzare con il “nemico”, non ammette che esista anche solo l’umano sentimento della paura. La guerra è, infatti, la cosa più disumana e vergognosa che possa esistere.
A distanza di cento anni, le bugie restano l’arma più affilata della propaganda militarista secondo la quale le guerre sono operazioni umanitarie, e le forze armate sono forze di pace.
Oggi l’Italia impiega più di 9.000 militari in 25 missioni all’estero con mezzi aerei, terrestri e navali che gravano per oltre un miliardo all’anno sul bilancio dello stato.
Nel 2018 le spese militari sono arrivate a 25 miliardi di euro (1,4% del PIL), un aumento del 4% rispetto al 2017. Nonostante le dichiarazioni della ministra Trenta, nessuna riduzione è realmente prevista nei documenti ufficiali.
Anzi, tra i programmi di riarmo nazionale si segnalano le nuove navi da guerra della Marina (tra cui la nuova portaerei Thaon di Revel), i nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, e i nuovi aerei da guerra Typhoon e F-35 (un sistema d’arma prettamente offensivo e intrinsecamente contrario all’articolo 11 della Costituzione Italiana e al Trattato di non Proliferazione Nucleare).
Contemporaneamente, la produzione e l’esportazione di armi non conosce crisi. Nella penisola arabica e in altri fronti caldi del pianeta ci si ammazza con fucili e munizioni rigorosamente made in Italy.
Mentre gli apparati militari vengono mantenuti con i soldi pubblici, e indossare una divisa è l’unica proposta occupazionale a lungo termine che lo stato è in grado di garantire ai più giovani (con il naturale corolllario di irregimentazione, autoritarismo e conformismo che ne consegue), tutte le risorse per i servizi essenziali come la sanità, la scuola, le pensioni, le infrastrutture, la cura del territorio, ecc. vengono drasticamente ridotte.
E una guerra a bassa intensità, sempre più spietata e disumana, viene combattuta quotidianamente – nel nome della “sicurezza” – contro i più poveri e i più indifesi.
Insomma: dopo cento anni, il militarismo continua a vivere di bugie e a produrre vergogna.

Coordinamento per la Pace – Trapani

4 Novembre 2018

 

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L’UMANITÀ È UN CRIMINE

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L’anno che sta per concludersi sarà ricordato per l’introduzione di un nuovo, inedito, crimine: il reato di umanità.
Per il momento, questo delitto non è stato ancora inserito tra le pagine del codice penale ma l’offensiva mediatica con la quale le istituzioni hanno imbastito la criminalizzazione delle Organizzazioni Non Governative (Ong) che si occupano dei salvataggi in mare dei migranti in pericolo di vita, ha di certo creato una pericolosa falla nell’immaginario comune.
La Procura della Repubblica di Catania – seguita a ruota da quella di Trapani – si è prodigata infatti in un’azione politica che non solo stride pesantemente con l’indipendenza dei poteri su cui dovrebbe fondarsi uno stato di diritto, ma alimenta una pericolosa cultura del sospetto che mira a delegittimare i soggetti che agiscono autonomamente per salvare le vittime delle frontiere europee.
L’intento, neanche tanto nascosto, è marchiare con l’infamia dell’associazione a delinquere le organizzazioni umanitarie, a meno che queste non rinuncino del tutto alla loro indipendenza per sottomettersi al controllo governativo.
In questo senso, il “decalogo” imposto dal ministro Minniti alle Ong ha suggellato politicamente quei teoremi giudiziari con un curioso meccanismo che potremmo definire di “presunzione di colpevolezza”. Le Ong, nonostante abbiano sempre rivendicato l’assoluta trasparenza della loro condotta, sono state chiamate a discolparsi preventivamente dall’accusa di essere colluse con i trafficanti di uomini consentendo di essere controllate e imbrigliate dallo stato italiano.

Al contrario, l’Italia non ha dimostrato alcun imbarazzo nel collaborare fattivamente con i criminali libici. Gli accordi tra il nostro paese e la Libia di Fayez al Sarraj prevedono soldi, armi, equipaggiamento e addestramento a beneficio delle milizie libiche con l’obiettivo di delegare a loro la repressione dei flussi migratori. In questo modo, la frontiera viene spostata più a Sud e – per così dire – esternalizzata: i barconi intercettati, se non affondano, vengono fatti tornare indietro e i migranti vengono rinchiusi nei centri di detenzione libici in condizioni aberranti tra stupri, torture, abusi e riduzione in schiavitù.
Ed è così che il governo a guida PD canta vittoria: gli sbarchi sono diminuiti, chi arriva in Italia viene più facilmente smistato negli hotspot, l’opinione pubblica viene rassicurata. Infine, il recente annuncio della nuova missione militare italiana in Niger (per combattere – dicono – le milizie islamiste e contrastare il traffico di esseri umani in un’ottica di “Mediterraneo allargato”) conferma e rilancia questa strategia di guerra all’immigrazione a tutto tondo.

Per quanto riguarda le persone che, invece, riescono a metter piede sul suolo italiano, le pastoie di una burocrazia lenta ed esasperante continuano, oggi come ieri, a tutelare solo gli interessi del padronato, dei caporali e dei mafiosi italiani. In attesa di un pezzo di carta che gli sblocchi la vita, i migranti vengono sfruttati vergognosamente nelle nostre campagne (da Campobello di Mazara ad Alcamo, da Vittoria a Catania, ecc.), pagati una miseria, senza diritti, senza assistenza medica, costretti a dormire all’aperto, in baraccopoli piene di rifiuti, in condizioni indegne di un paese civile.
Ma per il governo italiano la civiltà si misura con altri parametri. Civiltà fa rima con decoro e legalità: i poveri non sono graditi e devono sparire dalla nostra vista con i “Daspo urbani”, con gli sfratti delle case occupate, con le ordinanze che vietano persino di chiedere l’elemosina per la strada.

Eppure, nonostante sia sotto gli occhi di tutti la matrice autoritaria, razzista, classista e militarista di queste politiche, gli esponenti del Partito democratico e del governo hanno anche il coraggio di lanciare accorati appelli alla vigilanza contro la recrudescenza delle iniziative neofasciste in tutta Italia.
A nostro avviso, una buona fetta di responsabilità politica nello sdoganamento dei fascisti e delle loro idee ce l’ha proprio il centrosinistra italiano che si è reso complice – insieme alla destra – della costante involuzione reazionaria di questo paese negli ultimi vent’anni.
Infatti – oltre alle squadracce di delinquenti fascisti (contro le quali è necessario ricostruire un argine culturale e politico che sia davvero efficace) – quello che ci preoccupa di più è il palpabile diffondersi, all’interno del corpo sociale, dell’odio e del rancore nei confronti delle persone più vulnerabili.
Le opinioni della gente comune sono intrise di veleno, di menzogne e di pregiudizi. Che si tratti di leggende metropolitane amplificate furiosamente sui social (“i migranti negli alberghi”, “i trenta euro intascati da ogni migrante”, “ci rubano il lavoro”, “sono tutti terroristi”, ecc.) o di argomentazioni affrontate nei salotti televisivi, il dibattito pubblico è ormai condizionato da una drammatica assenza di razionalità e di empatia.
Una maggiore razionalità aiuterebbe, infatti, a riconoscere i veri responsabili dello sfacelo che viviamo ogni giorno, in Italia e nel mondo: una classe politica indecorosa e autoreferenziale, il turbocapitalismo delle multinazionali e dei mercati finanziari, gli imprenditori che licenziano, i mafiosi che strozzano l’economia, la corruzione che divora tutto, una legislazione sempre orientata alla precarizzazione del lavoro, l’insostenibile ineguaglianza nella distribuzione delle risorse, l’inquietante corsa agli armamenti per promuovere vecchi e nuovi conflitti.
Una maggiore empatia aiuterebbe, poi, a capire che nessuno sceglie il posto o le condizioni in cui nascere, che basterebbe anche solo mettersi per un attimo nei panni degli altri per capire che il mondo in cui viviamo è talmente complesso da non potere liquidare certi problemi con soluzioni sbrigative, e che non è certo colpa degli immigrati e degli oppressi se esistono le ingiustizie sociali.

Maggiore razionalità e maggiore empatia, più testa e più cuore, sono i migliori antidoti alla guerra tra poveri, al razzismo, al fascismo.
Dietro alle statistiche e agli articoli su sbarchi e naufragi o su conflitti e immigrazione, ci sono donne e uomini come noi, ciascuno meritevole della massima comprensione e della massima solidarietà. Nessuno di noi accetterebbe di subire discriminazioni, sfruttamento e odio senza sentirsi offeso nella propria umanità.
Quella stessa umanità che, oggi, viene messa proditoriamente sul banco degli imputati.

Coordinamento per la Pace – Trapani

Ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim – vittime del rogo nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta”.

28 Dicembre 2017



MERRY CRISIS AND A HAPPY NEW FEAR
30 dicembre 2016, 13:53
Filed under: Antirazzismo, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Pace, Territorio

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La strage nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani non smette di parlarci, a distanza di diciassette anni, con la potenza evocativa di un fatto brutale che si proietta, ancora oggi, sulla cronaca di ogni giorno.
Dopo tutti questi anni, lo scenario globale è drasticamente peggiorato. I flussi migratori sono aumentati, e davvero non potrebbe essere altrimenti.
Dalla polverizzazione del Medioriente, dove le potenze straniere muovono le loro pedine a tutela di inconfessabili interessi, passando per il martoriato continente africano, è facile constatare che la guerra è ormai una condizione permanente in cui sono costretti a vivere milioni di persone.
Le politiche degli stati e delle élites che gestiscono potere e risorse economiche sono orientate alla sistematica destabilizzazione di aree sempre più vaste del pianeta. Guerra e terrorismo globale sono gli strumenti, complementari e speculari, per l’approvvigionamento delle risorse e delle fonti energetiche, per il controllo dei territori, per la produzione di armamenti, per la conquista di nuovi mercati, per la manipolazione del consenso, per la costruzione di campagne elettorali.
È da tutto questo che donne e uomini continuano a scappare, anche a costo della vita. È a causa di tutto questo che si continua a morire di immigrazione.
Chi scappa dai bombardamenti o dai coltelli dello Stato islamico, chi fugge dalla povertà e dall’assenza di prospettive, trova – quando è fortunato – muri e filo spinato, botte e umiliazioni, schedature e discriminazioni, sfruttamento e intimidazioni. Chi non è abbastanza fortunato, semplicemente crepa: in fondo al mare, dentro un tir, sotto a un treno.
Tutto questo si ripete ancora, da almeno diciassette anni, da quando Trapani finì sui giornali di tutta Italia per l’incendio di una casa di riposo adibita a centro di detenzione per immigrati.
Oggi una capillare opera di propaganda istituzionale, agita su più livelli – dal nazionale al locale – vorrebbe addirittura contrabbandare un presunto “modello-Trapani” come buon esempio di efficienza e accoglienza sulla base del funzionamento dell’Hotspot di Milo. Certo, tutto va a meraviglia: gli immigrati che sbarcano al Ronciglio (e che non si trovano in una bara adagiata sul molo), vengono fotosegnalati e smistati verso il destino che solerti funzionari stabiliscono per loro. Questo è il modello di accoglienza di un’Europa che, continuando a produrre clandestinità, non concepisce corridoi umanitari e canali sicuri che consentano alle persone (siano essi migranti economici o profughi di guerra) di non intraprendere viaggi allucinanti nella speranza di essere intercettati da un mercantile o da una nave militare.
Nel 2017, intanto, l’Italia dei voucher e del precariato, delle grandi opere e delle mazzette, della mafia e della corruzione, spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno): tutti soldi sottratti all’occupazione, alla sanità, all’istruzione, al risanamento del territorio, a una più equa distribuzione delle risorse. Alla faccia della crisi.
Ma le priorità, in tutto il mondo, sono ben altre: chiusura delle frontiere e militarizzazione della società in nome della paura, del sospetto, della guerra al terrorismo.
La loro guerra e il loro terrorismo. I morti e le macerie sono soltanto nostri.

Coordinamento per la Pace – Trapani

ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim e tutte le vittime dei confini, delle guerre e del terrore, in ogni angolo del pianeta

30/12/2016



HOTSPOT A TRAPANI, RITORNO AL PASSATO
27 dicembre 2015, 00:50
Filed under: Antirazzismo, Comunicati, No C.P.T./C.I.E., Pace, Territorio

(Ph. Samuel Aranda/AFP/Getty Images)

Questo anno terrificante per la libertà e i diritti umani in tutto il mondo, si chiude a Trapani con la pessima notizia dell’istituzione dell’Hotspot di contrada Milo.
Il governo italiano, ubbidendo acriticamente – come sempre – alle direttive di Bruxelles, torna a scommettere su questo territorio per convertire l’ex CIE trapanese in un «Hotspot».
Evidentemente gli scandali, le inchieste, la condanna per reati sessuali al prete che teneva in mano le redini della cosiddetta accoglienza in questa provincia, non sono bastate a escludere Trapani da un nuovo, perverso meccanismo di segregazione istituzionale.
Il centro di Milo funzionerà come un enorme campo di smistamento in cui sarà deciso il destino di donne e uomini arbitrariamente divisi tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo.
Le numerose testimonianze delle persone recluse nell’Hotspot di Lampedusa sono molto chiare: poliziotti italiani ed europei, funzionari di Frontex e dell’Europol fanno firmare un questionario, senza alcuna traduzione, ai migranti appena sbarcati per stabilire se sono migranti “economici” oppure migranti meritevoli di protezione umanitaria. In molti casi, il solo criterio utilizzato è il paese di provenienza.
Poi, come caldamente raccomandato dalla Commissione europea, si procede alla rilevazione – anche con la forza – delle impronte digitali.

I migranti considerati economici vanno espulsi. Se non è subito possibile, gli viene dato un pezzo di carta con l’intimazione a lasciare l’Italia entro 7 giorni. In pratica, vengono trasformati in clandestini: buttati in mezzo a una strada, ricattabili, senza diritti. Un ritorno al passato che ci riporta indietro di dieci anni, quando dai CIE italiani uscivano immigrati senza documenti, costretti alla clandestinità.

I migranti considerati, invece, dei rifugiati vengono identificati, trattenuti in attesa della “ricollocazione”, e introdotti nell’estenuante procedura per il riconoscimento del diritto d’asilo. Ma a causa del regolamento di Dublino, al profugo viene impedito di andare nel paese realmente desiderato, ed è per questo che molti di loro si rifiutano di fornire le impronte digitali nell’Hotspot di arrivo.

Considerando le guerre e il terrorismo che devastano il mondo (e che sono il frutto anche delle scellerate politiche dei paesi occidentali), questa differenza di status tra chi viene in Europa per lavorare e chi scappa dalle bombe o dall’Isis, è una distinzione odiosa e priva di alcun senso: tutti, infatti, rischiano la vita per crearsi un futuro, tutti cercano di scappare da instabilità e povertà, tutti meritano accoglienza e protezione.

Con l’istituzione degli Hotspot, invece, l’Unione europea sceglie ancora una volta la strada della repressione e della discriminazione: la libertà di movimento viene mortificata, le norme che tutelano l’universale diritto all’asilo e alla protezione umanitaria vengono calpestate, i destini di migliaia di persone vengono segnati dalla spietata burocrazia.

Al filo spinato e ai muri eretti contro i profughi dai governi fascisti e autoritari nell’Europa dell’Est, si aggiungono ora gli Hotspot voluti da quei campioni di democrazia che stanno a Bruxelles.
Ma i muri – la storia dei popoli lo insegna – non durano per sempre.

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2015 (16° Anniversario della strage del CPT “Serraino Vulpitta”)



NO TRIDENT JUNCTURE! 31 OTTOBRE A MARSALA
13 ottobre 2015, 14:40
Filed under: Comunicati, Pace, Territorio

Condividendo a pieno le ragioni della mobilitazione contro le esercitazioni Trident Juncture, aderiamo all’appello lanciato dal Coordinamento provincia di Trapani contro la guerra e la Nato e dal Coordinamento regionale dei Comitati No Muos per la manifestazione regionale di Marsala del prossimo 31 Ottobre.

Coordinamento per la Pace – Trapani

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ESERCITAZIONI NATO A TRAPANI: SE VUOI LA GUERRA, PREPARA LA GUERRA
9 giugno 2015, 14:32
Filed under: Comunicati, Pace, Territorio
NATO Delivers:  Yesterday, Today and Tomorrow - Providing Peace and Security - NATO Summit - Chicago - 20-21 May 2012
Cinquemila soldati, ottanta velivoli da combattimento, un mese di operazioni. Questi i numeri del programma di esercitazioni della Nato che coinvolgeranno la base militare di Birgi nell’ambito del più ampio programma denominato Trident Juncture 2015, una messa a punto delle capacità di intervento rapido delle forze armate occidentali per gli scenari di guerra programmati per il prossimo futuro.

Non è purtroppo un caso che la scelta dei vertici dell’Aeronautica militare sia ricaduta su Trapani. Nel loro primo comunicato, ormai irreperibile sul sito ufficiale, i militari italiani avevano incautamente ammesso di non poter svolgere le operazioni in Sardegna, a Decimomannu, perché non sussistono «le condizioni per operare con la serenità necessaria». Un’evidente ammissione di difficoltà che conferma l’efficacia delle mobilitazioni del popolo sardo, impegnato da anni nella lotta contro la nefasta presenza delle servitù militari in Sardegna.

In Sicilia occidentale, invece, la presenza di Birgi, della Nato, o del radar di contrada Perino, non è mai stata percepita – tranne alcune eccezioni – con particolare fastidio dalla popolazione. Basti pensare allo stolido entusiasmo che circondò, un anno fa, le vergognose esibizioni aeronautiche di «Fly for peace», quando per alcuni giorni i cieli di Trapani furono infestati da rombanti e lugubri aerei da combattimento.
Ma nonostante il permanente inquinamento acustico, atmosferico ed elettromagnetico causato dalle infrastrutture belliche, a Trapani ci si accorge di quanto siano fastidiosi i militari di Birgi solo quando l’aeroporto civile viene chiuso per dare spazio ai suoi veri padroni intenti a fare la guerra (così come accadde nel 2011, con l’aggressione militare in Libia).

Abbiamo ragione di credere che anche per le prossime esercitazioni Nato, l’aeroporto “Vincenzo Florio” subirà un drastico ridimensionamento della sua attività, con evidenti ripercussioni sul flusso turistico e le attività economiche del territorio.

Ma il ragionamento va allargato alla natura assassina delle esercitazioni Nato in un quadro internazionale che va ben al di là del nostro ombelico e che ci rende, comunque, un obiettivo sensibile.
I paesi del Patto atlantico si preparano alle nuove, imminenti guerre da scatenare su più fronti. Dopo aver scientificamente destabilizzato il Medioriente e il Nordafrica mortificando le aspirazioni alla libertà di quei popoli in favore dei settori più conservatori e oscurantisti, i governi occidentali pensano di risolvere le conseguenze dei disastri delle loro politiche neocoloniali ricorrendo al solito strumento: la guerra. Che si tratti dell’estremismo islamico che incendia il Vicino Oriente o dei flussi migratori dei disperati che scappano in Europa, la soluzione prospettata è sempre di tipo militare.
Se a tutto questo aggiungiamo le rinnovate tensioni con la Russia, l’appoggio occidentale all’Ucraina, la corsa al petrolio dell’Artico, si comprende bene la strumentale necessità degli apparati politici e militari di tenere in piedi la macchina criminale della Nato.
D’altra parte, la guerra permanente è sempre un ottimo affare: basti pensare che nel 2014 l’export di armi italiane verso i paesi del Nordafrica e in Medioriente ha fruttato qualcosa come 30 milioni di euro.
Il circolo vizioso è proprio questo: i paesi occidentali vendono armamenti in cambio di risorse energetiche, alimentano in questo modo i conflitti e i terrorismi che infiammano il pianeta, forniscono le armi proprio a chi dicono di voler combattere, fomentano l’odio razzista contro le persone che scappano da questi orrori, e poi si attrezzano per ulteriori guerre in nome della “pace” o della “sicurezza internazionale”.
Coordinamento per la Pace – Trapani
09/06/2015


PIETISMO E RAZZISMO
20 aprile 2015, 19:41
Filed under: Antirazzismo, Comunicati, Territorio

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Non è facile esprimere un pensiero che non risulti retorico o scontato di fronte all’ultimo, abominevole, massacro di migranti nel Canale di Sicilia.
Quello che possiamo fare, anche per esorcizzare l’insopportabile senso di impotenza che ci opprime, è ribadire con chiarezza pochi ma fondamentali concetti che continuano a essere inquinati dalla narrazione dominante sul fenomeno dell’immigrazione, una narrazione che oscilla tra pietismo ipocrita e becero razzismo.
Da qualche tempo, sul banco degli imputati ci sono gli scafisti e i trafficanti di uomini. Finalmente, il mondo politico e i media si sono accorti che dietro ai viaggi disperati c’è un business gestito da bande criminali e mafie di ogni tipo. Quello che ancora non si dice è che gli schiavisti altro non sono che il naturale risultato delle politiche di chiusura dell’Unione europea che impediscono materialmente un accesso normale e sicuro a chi – non europeo – voglia lasciare il proprio paese per cercare lavoro o, più drammaticamente, per salvarsi dalla guerra. Tanto per essere chiari, a un profugo siriano che fugge dai bombardamenti non è permesso chiedere un visto in un’ambasciata europea. O, ancora, un ragazzo eritreo che scappa dalla dittatura non può prendere un aereo come qualunque altra persona. Questo è il vero nocciolo della questione: sono le frontiere che ammazzano gli immigrati.
Quindi, al netto delle colpe individuali di scafisti e poliziotti di frontiera compiacenti che ammassano centinaia di donne e uomini nelle stive delle carrette del mare, la responsabilità morale e politica delle stragi ricadrà sempre e comunque sugli stati e i governi dell’Unione europea, sulle loro leggi escludenti, sulle loro politiche di sfruttamento e impoverimento del Sud del mondo, sulle loro strategie di aggressione militare e destabilizzazione.
Rimpiangere “Mare Nostrum” per la sua indubbia efficacia nel salvare moltissime vite umane può avere un senso soltanto se si abbandona la logica interessata dell’emergenza e della militarizzazione delle coste, e si ragioni concretamente per la creazione di ampi canali regolari per l’ingresso in Europa.
Allo stesso modo, il “blocco navale” invocato dalle forze politiche più apertamente razziste è una non-soluzione demenziale che rischierebbe di provocare ancora più morti a fronte di un fenomeno che non può essere arrestato, almeno finché il mondo sarà così profondamente dilaniato dalla disuguaglianza.
A Trapani, in un giorno di lutto cittadino proclamato su esplicita richiesta dell’Anci, non possiamo fare a meno di pensare alle volgari e meschine esternazioni che ci è toccato sentire solo pochi giorni addietro, mentre otto cadaveri sbarcavano sulla banchina del porto per essere trasferiti all’obitorio e qualche politicante locale, alla perenne ricerca di consenso, esprimeva il suo disappunto per il presunto lusso di una struttura di accoglienza destinata ai richiedenti asilo nella nostra città.
Quando a Trapani gli immigrati morivano bruciati nei centri di trattenimento, o si cucivano la bocca per protesta, o si impiccavano, o ingoiavano lamette, o facevano sciopero della fame perché non avevano nemmeno i materassi e l’acqua calda, nessun sindaco o consigliere comunale ha mai espresso la propria indignazione.
Oggi, giusto per cavalcare gli istinti dell’elettorato più qualunquista, c’è chi preferisce andare sul sicuro, indicando negli immigrati il capro espiatorio su cui riversare ogni rancore.
Meno male, però, che noi italiani (o trapanesi) non siamo razzisti.

Coordinamento per la Pace – Trapani

20/04/2015