Filed under: Antirazzismo, Comunicati, Documenti, No C.P.T./C.I.E./C.P.R., Pace
Ventitré anni sono moltissimi. Eppure, il ricordo della strage nel centro di permanenza temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani resterà sempre scolpito nella nostra memoria.
Non abbiamo mai dimenticato i nomi di Rabah, Nashreddine, Ramsi, Lofti, Jamel, Nasim, le sei vittime del rogo divampato nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1999 in quella struttura detentiva.
In tutti questi anni abbiamo cercato di tenere vivo il ricordo di quei fatti non certo per uno sterile esercizio commemorativo ma per costruire la resistenza e la lotta a un sistema brutale basato sulla discriminazione e l’oppressione dei più deboli.
Abbiamo sempre sostenuto che la repressione nei confronti degli immigrati “irregolari” rappresentava un attacco alla libertà e ai diritti di tutte e tutti. Allo stesso modo, il razzismo e il disprezzo nei confronti degli stranieri era il concime tossico con cui far crescere una società sempre più incattivita ed egoista. Quelle considerazioni restano sempre valide e le ribadiamo con convinzione, ancora oggi.
Ci ritroviamo, infatti, come ogni anno, a ricordare quegli eventi in un contesto globale a dir poco terrificante. Il numero di persone morte alle frontiere dell’Europa ha raggiunto proporzioni agghiaccianti. Si affonda con un barcone, si muore soffocati dentro a un tir, si crepa di freddo su un sentiero di montagna, si brucia vivi in una baraccopoli. Questo succede ogni giorno a donne, uomini e bambini.
Le risposte dei governi non sono cambiate: filo spinato, respingimenti, terrorismo. La criminalizzazione delle ong e delle navi che soccorrono gli immigrati in mare aperto è solo una variazione sul tema ben collaudato delle politiche di discriminazione istituzionale. Da un lato si attacca chi salva vite umane, facendo ricorso anche alle calunnie e alle menzogne, dall’altro le persone vengono tenute in ostaggio per garantire una enorme quota di manodopera ricattabile. Perché è a questo che serve la “clandestinità”.
L’anno che sta per concludersi è iniziato con l’orrore della guerra tra Russia e Ucraina, un conflitto di proporzioni mondiali perché è stato da subito evidente il coinvolgimento di molti altri attori in questo scenario. Questa guerra per procura sta avendo delle ripercussioni i cui esiti sono veramente difficili da prevedere. Al momento ci sono le macerie e le immani sofferenze materiali e morali di chi subisce le conseguenze di questa devastazione. Nessuno ha, fino a questo momento, lavorato concretamente a delle soluzioni diplomatiche per far tacere le armi. Al contrario, abbiamo assistito a un arruolamento collettivo, alla criminalizzazione di ogni posizione autenticamente pacifista o antimilitarista. Nel dibattito politico nazionale e internazionale l’opposizione alla guerra è stata liquidata come un malcelato sostegno a Putin e alla sua aggressione militare. Questa distorsione ideologica è il tipico espediente con il quale le classi dominanti hanno sempre cercato di mettere a tacere, in ogni epoca, il dissenso contro le politiche belliciste dei governi. Noi ribadiamo, ancora oggi, la nostra solidarietà al popolo ucraino e al popolo russo, trascinati dai loro governi in un conflitto aberrante la cui posta in gioco fa gola a tutti: Usa, Cina, Europa.
Il governo fascista che è stato eletto in Italia non poteva che esaltarsi di fronte alle sirene di questi tempi di guerra: il presidente del consiglio Meloni ha già annunciato l’aumento delle spese militari per raggiungere la soglia del 2% sul pil nazionale all’interno di una dimensione europea e atlantica nella quale molti altri paesi stanno lavorando alacremente per implementare le commesse militari.
Sono tempi terribili, ma siamo convinti che – parafrasando l’anarchico Amedeo Bertolo – si debba lasciare il pessimismo per tempi migliori. Questo significa che non bisogna mai smettere di credere nella possibilità di costruire una società più giusta, più equa, più solidale, più libera.
Con queste brevi note noi annunciamo formalmente lo scioglimento del Coordinamento per la Pace di Trapani. Nel farlo, vogliamo ringraziare tutte le compagne e i compagni che hanno percorso con noi una lunga e impervia strada fatta di impegno, speranze, difficoltà, volontà. Abbiamo provato a costruire, in una città difficile come Trapani, un soggetto politico di base veramente libero e indipendente. Non sempre siamo riusciti a realizzare quello che ci eravamo proposti, spesso abbiamo commesso degli errori, in qualche occasione abbiamo vissuto anche dolorose lacerazioni. Ma siamo anche orgogliosi di avere portato avanti, con coerenza e determinazione, delle lotte e delle analisi chiare e inequivocabili su molti temi che ci stanno a cuore, introducendo nel dibattito cittadino – e non solo – degli elementi di critica e di riflessione che per noi sono sempre stati imprescindibili.
Ci auguriamo che altri, dopo di noi, potranno e vorranno continuare questo percorso.
Coordinamento per la Pace – Trapani
28/12/2022


L’attacco militare sferrato all’Ucraina da parte della Federazione Russa schiude scenari drammatici sul presente e il futuro non solo dell’Europa, ma del mondo intero.
Questa guerra è il risultato di una escalation di provocazioni e manovre politiche ed economiche che vanno avanti da molti anni e nessuno, oggi, dovrebbe sorprendersi.
Le mire espansionistiche della Russia di Putin sono speculari agli interessi geopolitici dell’Occidente. Stati Uniti, Unione europea e Nato non hanno mai smesso di utilizzare queste aree del pianeta per imporre la loro sfera di influenza. Con la fine della guerra fredda, la Nato avrebbe dovuto sciogliersi – venendo meno la sua ragion d’essere. E invece si è allargata sempre più a Est ponendosi come avanguardia armata degli interessi economici e politici dei paesi alleati degli Usa.
Dall’altra parte, il crollo dell’Unione sovietica ha generato una Russia altrettanto autoritaria, sostenuta dai nuovi ricchi (i cosiddetti “oligarchi”) che interpretano i peggiori dettami del turbocapitalismo contemporaneo.
In questi giochi criminali per il dominio sul mondo, gli interessi delle parti in causa si intersecano fino a profondi a livelli di compromissione reciproca. Nessuno può ritenersi esente da responsabilità o complicità.
L’Ucraina, la cui posizione geografica è assolutamente strategica, è un paese che da almeno dieci anni cerca di sottrarsi all’influenza russa per entrare nell’orbita occidentale e, anche per questo, i governi che si sono succeduti hanno soffiato sul fuoco di un nazionalismo pericoloso e anacronistico. Parallelamente, le manie di grandezza di Putin hanno attinto a un repertorio ideologico che mette insieme tutto e il contrario di tutto (dal mito dell’Urss e della vittoria sul nazismo fino al panslavismo russocentrico) per giustificare il proprio dominio sui paesi confinanti.
Da un lato, il presidente ucraino Zelensky si erge a difensore della libertà e della democrazia mentre i reparti paramilitari neonazisti ucraini (già impiegati dal 2014 nella guerra a bassa intensità nel Donbass) combattono oggi sul fronte di Mariupol.
Dall’altro lato, Putin blatera della necessità di “denazificare” l’Ucraina mentre, allo stesso tempo, fa arrestare migliaia di cittadini russi colpevoli di manifestare contro la guerra bollandoli come “traditori della patria”.
In mezzo a tutto questo ci sono, per l’appunto, le persone comuni, i cittadini, le popolazioni che pagano sempre il prezzo più alto in tutte le guerre.
Siamo sgomenti nell’assistere all’arruolamento collettivo della popolazione civile che viene armata dalle autorità ucraine con parole d’ordine aberranti che fanno riferimento alla difesa della patria contro il nemico. Siamo addolorati nell’assistere all’esodo di migliaia di profughi ucraini che scappano dall’assedio russo.
E siamo profondamente preoccupati per i risvolti di carattere mondiale della crisi, per le sanzioni economiche e finanziarie antirusse (che colpiranno, in primo luogo, i lavoratori e le famiglie di tutti i paesi che hanno stretti legami con la Russia, Italia compresa) e per l’inevitabile allargamento militare di questo conflitto.
Il governo italiano ha già fatto sapere che invierà armi all’Ucraina, così come Germania e Francia. Intanto, sono stati inviati altri soldati italiani in Lituania, per rafforzare il confine orientale della Nato.
Dalla base di Birgi sono già decollati nelle scorse settimane degli aerei diretti in Romania per operazioni di routine, ma non possiamo escludere che anche nei prossimi giorni l’aeroporto trapanese venga mobilitato ulteriormente.
D’altra parte, l’imminente realizzazione del nuovo radar della Marina militare italiana a Favignana conferma, se mai ce ne fosse bisogno, l’attitudine del governo italiano a perseguire politiche di chiara impronta militarista.
È evidente che quando, a livello mondiale, le spese militari aumentano di anno in anno – alla faccia della pandemia, della fame nel mondo e del cambiamento climatico – si arriva al momento in cui i governi devono utilizzare gli armamenti e gli strumenti terroristici a loro disposizione. Anche questo serve a far crescere il Pil e a foraggiare le borghesie capitalistiche dei rispettivi stati.
Noi non stiamo né con Putin né con Zelensky. Noi non parteggiamo per nessuno dei biechi interessi che si giocano sulla pelle delle persone.
Noi non abbiamo alcuna bandiera da sventolare, se non quella della pace e della solidarietà internazionalista fra gli oppressi.
Noi esprimiamo massima solidarietà alla popolazione ucraina vittima dell’aggressione perpetrata dallo stato russo ed esprimiamo solidarietà alla popolazione russa che subisce, ancora una volta, la feroce censura da parte del governo.
Anche se sono state duramente represse e non hanno sortito immediati effetti concreti, le rivolte popolari dei mesi scorsi in Bielorussia e Kazakistan rappresentano l’unica strada veramente sostenibile per contrastare l’autoritarismo di Putin e dei suoi servi.
Qualunque altra soluzione che passi attraverso le guerre degli stati e le loro manovre assassine è destinata al fallimento.
FERMARE LA GUERRA!
SOLIDARIETÀ E COOPERAZIONE TRA I POPOLI!
Coordinamento per la Pace – Trapani
Filed under: Antirazzismo, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Documenti, No C.P.T./C.I.E./C.P.R., Territorio
Nell’anniversario del rogo divampato il 28 Dicembre 1999 al Centro di permanenza temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani, non possiamo fare a meno di ricordare – insieme alle vittime di allora (Rabah, Nashreddine, Ramsi, Lofti, Jamel, Nasim) – l’ultimo morto ammazzato da questa infame società basata sullo sfruttamento e l’ingiustizia: Omar Baldeh, 36 anni, bracciante agricolo originario della Guinea Bissau.
Anche in questo caso si è trattato di un incendio. La tragedia si è consumata nella baraccopoli in cui da tanti, troppi anni ormai, si ritrovano a vivere ogni anno centinaia di lavoratori stranieri impegnati come stagionali nella raccolta delle olive tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Un vero e proprio ghetto dove, già nel 2013, morì per un altro rogo accidentale il giovane Ousmane Diallo, bracciante senegalese.
Le condizioni in cui centinaia di lavoratori sono costretti a vivere sono semplicemente aberranti. Alle soglie del 2022 a Campobello (così come in molte parti d’Italia, da Nord a Sud), le dinamiche del lavoro agricolo (specialmente stagionale) sono improntante al più bieco sfruttamento da parte di padroni, proprietari terrieri e caporali che costituiscono una fitta rete di dominio e che possono contare sulla compiacente indifferenza delle istituzioni. Ed è così che esseri umani che, da un punto di vista legale, sono come dei “fantasmi” privi di diritti, vengono di fatto condannati a vivere (e morire) in baracche di cartone e lamiera, tra i rifiuti, senza acqua corrente, senza alcuna assistenza.
Quando poi ci scappa il morto, la politica e le autorità cercano di correre maldestramente ai ripari, salvo poi mostrare il loro vero volto allorché si tratti di contrastare le lotte, le forme di autogestione, di autorganizzazione e di solidarietà dal basso che generosamente nascono e si sviluppano sulle ceneri di un’esistenza così drammatica. Sono proprio queste esperienze di autodeterminazione messe in campo dai migranti (e dai tanti italiani solidali che si stringono intorno a loro) che bisogna sostenere e promuovere.
Nel momento in cui scriviamo, ci giungono i primi dati, comunque parziali, di due terribili naufragi avvenuti nel Mar Egeo a poche ore l’uno dall’altro: decine e decine di morti, tra cui un neonato, affondati nel tentativo di raggiungere l’Europa passando dalla Grecia. La Repubblica ellenica si sta distinguendo, negli ultimi tempi, per una criminale politica di respingimenti in mare davanti alla quale l’Unione europea non fa una piega, mentre sul confine polacco-bielorusso si consuma la continua vergogna delle botte e delle cariche nei confronti dei profughi. Botte e cariche che assomigliano tanto a quelle che le guardie di frontiera statunitensi riservano ai migranti messicani, al confine meridionale degli Usa, inseguiti e frustati da gendarmi a cavallo. Insomma: la globalizzazione della repressione crea frontiere e tragedie uguali in tutto il mondo.
Queste masse di diseredati sono la carne viva che scappa dalla morsa del capitalismo, del neocolonialismo, dello sfruttamento intensivo delle risorse. Se a questo aggiungiamo gli effetti della pandemia da coronavirus, dei cambiamenti climatici, della siccità, dell’inquinamento, delle guerre e di tante altre criticità legate a questo modello di “sviluppo” che sta ammazzando il mondo, possiamo ben comprendere le ragioni di chi decide di rischiare tutto per cambiare vita.
Nonostante le drammatiche emergenze planetarie, i governi di tutto il mondo continuano a spendere un mare di denaro nella corsa agli armamenti, balbettano imbarazzati di fronte alla necessità di affrontare con provvedimenti concreti il riscaldamento globale, non cedono di un millimetro nella tutela degli interessi dei pochi a scapito della vita di tutti gli altri, non si preoccupano di creare condizioni di vita e di salute degne per tutti.
L’umanità che brucia nel ghetto di Campobello è la stessa umanità che affoga nel Mediterraneo, che è “murata viva” nella Striscia di Gaza, che scappa dai talebani rimessi al potere dagli americani in Afghanistan, che cade da una gru in un cantiere a Torino o viene risucchiata in un telaio di Prato. Per quanto diverse possano sembrare queste vicende, a tenerle insieme è l’inumanità di un sistema che antepone a tutto il profitto e l’interesse di pochi.
È davvero questo quello che vogliamo?
Coordinamento per la Pace – Trapani
28/12/2021
«Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò, maledetto chi pel primo la gridò. Sono stanco di questa schiavitù militare, di questa obbedienza umiliante e misera, stomacato dagli abusi che si commettono sotto l’ipocrita spoglia della disciplina. Avevo un altro concetto della vita militare prima della guerra, credevo vi fosse tutta gente compita, invece c’è la feccia, la melma, il fior fiore dell’imbecillaggine, il rifiuto della società civile, gente che non ha coscienza che non può avere larghe vedute… Il militare deve sottoporre tutto se stesso ad un altro individuo che si chiama superiore, fosse anche l’essenza della guerra e dell’ignoranza».
Con queste parole il soldato C.A., ventiseienne della provincia di Avellino, descriveva in data 11 settembre 1917 alla signorina M.D.M i suoi sentimenti verso la guerra e l’esercito dopo aver vissuto l’esperienza della trincea.
Per questa missiva, considerata denigratoria, sarà processato da un tribunale militare e condannato ad otto mesi di carcere.
Il soldato C.A. è uno dei 350.000 soldati italiani processati durante la Grande Guerra.
Con 870.000 denunce, di cui 470.000 riferite ai renitenti alla chiamata militare, e 400.000 per reati commessi sotto le armi (tra cui numerosissimi i casi di diserzione), gli italiani, dentro e fuori dai confini, dimostrarono quali erano i sentimenti predominanti verso la guerra.
Duecentodiecimila soldati saranno condannati a varie pene, sedicimila all’ergastolo, quasi ottocento a morte (a cui vanno sommati i fucilati al fronte, di cui è impossibile fare una stima attendibile).
Rinnovare la memoria di questi uomini, e di tutti quelli che al fronte e dietro le linee, in ogni paese soffrirono e lottarono contro la guerra dovrebbe essere un dovere per tutti noi.
Non osiamo dire che avremmo voluto che la lettera del soldato C.A. fosse letta oggi nei luoghi delle Istituzioni, dove si continua a celebrare il massacro di intere generazioni. Sappiamo bene quanto non c’è posto per questa memoria in certi ambienti.
Ma vorremmo che la lettera del soldato C.A. fosse letta in ogni casa, in ogni strada, in ogni scuola, in ogni luogo di lavoro perché il suo giudizio categorico sulla guerra, lo stesso di altri milioni di uomini, continui a vivere e ad alimentare il rifiuto totale di ogni conflitto tra poveri, per il presente e per il futuro.
***
Il testo, che sottoscriviamo per intero, è tratto da: https://it-it.facebook.com/cannibaliere/
La lettera è tratta da: E. Forcella A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari. 2014
La foto è tratta da: https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/giustizia-militare/index.html#Intro
Coordinamento per la Pace – Trapani
4 Novembre 2021
Filed under: Antirazzismo, Approfondimenti, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Documenti, Pace, Territorio

Non avremmo mai immaginato di ricordare il ventunesimo anniversario della strage del Centro di Permanenza Temporanea per immigrati “Serraino Vulpitta” in un contesto mondiale dominato da una pandemia.
Questa emergenza planetaria ha stravolto la vita di tutti, letteralmente. Le ripercussioni sociali, politiche ed economiche sono e saranno enormi da un punto di vista collettivo, così come altrettanto gravi saranno le ferite psicologiche e relazionali che ciascun individuo porterà con sé.
Su un piano politico, la pandemia ha offerto ai governi la possibilità di affinare una serie di dispositivi di controllo sociale e di disciplinamento che non si erano mai visti prima, quanto meno nel mondo occidentale, in tempi di pace.
Fughiamo ogni dubbio prima di proseguire nel ragionamento: noi non siamo negazionisti e non abbiamo alcun dubbio sulla oggettiva pericolosità del Covid-19. Siamo altresì convinti che sia necessario che ogni persona assuma comportamenti responsabili per la salute propria e degli altri adottando ogni accorgimento utile.
Cionondimeno, non possiamo esimerci da una riflessione sull’estrema pericolosità dei provvedimenti repressivi che nel corso di questo anno sono stati sperimentati in Italia sul corpo sociale. Abbiamo assistito a una implementazione tanto ossessiva quanto contraddittoria della decretazione d’urgenza da parte del governo. Abbiamo visto sindaci e presidenti di regione convinti di essere dei piccoli dittatori, impegnati a emettere ordinanze gratuitamente persecutorie, accecati da un delirio di onnipotenza giustificato dall’emergenza sanitaria. Durante i mesi della chiusura totale del paese, l’opinione pubblica è stata bombardata da messaggi retorici e propagandistici finalizzati al reclutamento collettivo per questa presunta “guerra al coronavirus”. Nel delirio nazionalista, a metà tra il patetico e il ridicolo, venivano appesi i tricolori alle finestre, ai bambini si facevano disegnare gli arcobaleni, e ogni pomeriggio si accendeva lo stereo per diffondere l’Inno di Mameli.
“Andrà tutto bene” ci dicevano.
Nel frattempo, gli ospedali del Nord Italia andavano al collasso e le persone continuavano a morire, a migliaia. Medici e infermieri si ammalavano perché non avevano nemmeno le mascherine, alla faccia della retorica su “i nostri eroi”.
Mentre una nazione intera veniva chiusa in casa, i lavoratori della sanità sono stati abbandonati a loro stessi, le grandi fabbriche del Nord non hanno mai sospeso la loro attività e così il virus ha continuato a viaggiare velocemente sulle gambe dei pendolari che affollavano i mezzi pubblici per recarsi al lavoro. Mentre in Tv e sui giornali si puntava il dito contro chi usciva di casa, da solo, per fare jogging al parco, le fabbriche di armi restavano aperte e operative, perché annoverate tra le “attività essenziali” dal decreto del presidente del consiglio.
Mentre ovunque ci veniva detto di “restare a casa”, non si è mai proceduto a una seria mappatura del contagio necessaria all’adozione di provvedimenti più efficaci e razionali. In questa disgustosa fiera dell’ipocrisia esercitata letteralmente sulla pelle degli italiani, in pochissimi hanno denunciato con chiarezza che la classe dirigente che oggi pontifica sulla salute e sulla sicurezza degli italiani è la medesima classe dirigente che ha distrutto il sistema sanitario nazionale negli ultimi trent’anni.
Oggi paghiamo a carissimo prezzo tutti i tagli alla sanità, le chiusure di molti ospedali, la drastica riduzione dei posti letto, il depotenziamento dell’assistenza territoriale, la privatizzazione selvaggia dei servizi, il blocco delle assunzioni del personale medico e infermieristico.
Va detto chiaro e tondo che i veri responsabili di questo sfacelo sono quegli stessi politicanti che per mesi hanno vestito i panni dei moralizzatori per censurare i comportamenti dei cittadini accusandoli di essere degli irresponsabili o dei criminali.
Il governo italiano ha avuto sei mesi di tempo per correre ai ripari e affrontare decentemente quella che tutti chiamano adesso la “seconda ondata” e che tutte le persone mediamente accorte sapevano si sarebbe verificata.
E invece, nulla.
Le forti pressioni da parte del padronato e di Confindustria rispetto alla necessità di far ripartire l’economia e il turismo hanno avuto come unico risultato la ripresa esponenziale dei contagi, anche in quelle aree del paese che fino ad allora se l’erano cavata. Tra provvedimenti governativi demenziali e ipocriti (come la riapertura estiva delle discoteche, poi subito chiuse), nelle fabbriche – quelle grosse – non si è mai smesso di lavorare e i mezzi di trasporto pubblici non sono mai stati potenziati per decongestionare l’affluenza. Ci si è accapigliati per settimane sulle scuole (scuole che, specie al Sud, continuano a cadere a pezzi) costringendo poi gli studenti alla didattica a distanza senza pensare a soluzioni meno lesive del diritto all’istruzione e alla fruizione degli spazi scolastici.
Lo stato si è dimostrato incapace di garantire il giusto ristoro economico alle attività che si erano fermate, e per moltissimi italiani la Cassa integrazione è stata un vero e proprio dramma a causa dei gravissimi ritardi nell’erogazione del denaro.
Quando si tratta di finanziare le missioni militari o l’acquisto di armi, però, i soldi si trovano sempre e subito. Quante terapie intensive si possono allestire con i soldi spesi per un cacciabombardiere?
La paura del virus, tanto umana quanto comprensibile, ha generato un’infezione altrettanto temibile: il virus della paura.
Lo scenario distopico in cui siamo immersi si alimenta non solo delle azioni del governo ma anche dall’angoscia di morte che, in molti casi, ha dato luogo a comportamenti ossessivi da parte dei singoli cittadini. La paura del virus, in molti casi, è stata rielaborata con la solita costruzione del capro espiatorio: all’inizio era tutta colpa dei cinesi, poi di tutti gli altri immigrati, e così via. Nella ricerca spasmodica di un “untore”, molti cittadini hanno assunto atteggiamenti odiosamente delatori per segnalare alle autorità, anche in maniera pretestuosa, i presunti trasgressori dei divieti governativi.
In questa surreale interruzione della cosiddetta normalità, non hanno aiutato le dichiarazioni spesso ambigue e contraddittorie da parte di alcuni esponenti del mondo scientifico sulle origini e i possibili rimedi alla malattia che hanno involontariamente dato fiato ai deliri negazionisti e complottisti cavalcati strumentalmente da reazionari e fascisti, sia in Italia che all’estero.
Non è certo la prima volta che l’umanità è costretta a fare i conti con una pandemia. Come sempre le conseguenze peggiori sono patite dai soggetti più deboli e da quelle fasce della popolazione la cui “normalità” è scandita dalla povertà e dalla marginalità. In uno stato d’eccezione come quello che stiamo vivendo, queste problematiche sono addirittura esacerbate.
Per esempio, ci sembrano significativi, sul fronte dell’immigrazione in Italia, i dati emersi nel Dossier statistico 2020 realizzato da Idos. Lo studio dimostra che lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, specialmente in agricoltura, è sensibilmente peggiorato in un quadro di generale aumento della precarietà e della discriminazione, ulteriormente aggravato dall’emergenza sanitaria. A ben vedere, tutti i lavoratori in nero, tutti gli sfruttati, tutti i sottopagati, tutte le persone – di qualunque nazionalità – che si arrangiano per tirare a campare sono state travolte dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia.
Nel nostro territorio ha tenuto banco per diverso tempo la drammatica situazione del centro di accoglienza di Valderice adibito a centro per la quarantena, con numerosi episodi di tensione, tentativi di fuga e rivolte che hanno dato origine a vibranti proteste da parte dei cittadini esasperati. Purtroppo è un copione destinato a ripetersi, dal momento che gli immigrati costretti alla clandestinità hanno molta più paura di finire dentro a un centro di detenzione o di essere rimpatriati, piuttosto che di ammalarsi di Covid-19.
Il coronavirus ha sostanzialmente svelato tutti i limiti e le contraddizioni del modello sociale ed economico dominante. Il fenomeno dello spillover (il salto di specie) che con ogni probabilità è all’origine di questa infezione, è strettamente legato all’invasività dell’attività umana sulla natura e al carattere predatorio dell’economia capitalistica sulle risorse planetarie. Allo stesso tempo, il coronavirus ha messo drammaticamente a nudo l’estrema fragilità di un sistema che per mantenere i profitti e i privilegi di poche persone, continua a massacrare la maggior parte della popolazione mondiale attraverso la privazione di diritti fondamentali come, in questo caso, il diritto alla salute e a cure efficaci uguali per tutti.
In questo scenario desolante la speranza arriva, ancora una volta, dalle tante reti autogestite che in tutta Italia (e non solo) hanno cercato di far fronte ai durissimi mesi del lockdown attraverso azioni di solidarietà concreta destinate alle persone più in difficoltà, a dimostrazione del fatto che il mutuo appoggio e il sostegno reciproco sono il miglior vaccino contro il virus della paura.
Chiudiamo la nostra riflessione sull’anno appena trascorso, nell’anniversario del rogo del “Vulpitta”, rivolgendo il nostro pensiero ai quattordici detenuti morti in seguito alle rivolte di marzo scoppiate in molte carceri italiane. La paura del virus, il terrore del contagio alla luce del perenne sovraffollamento degli istituti di pena, e il divieto alle visite dei parenti scatenarono il panico e la rabbia dei carcerati. Le rivolte furono represse nel sangue.
Quattordici morti dei quali nessuno ha mai più voluto parlare. Un’altra strage di stato che si aggiunge alla lunga scia di sangue con cui viene tracciata la strada della cosiddetta democrazia.
Tranquilli, però: “Andrà tutto bene”.
Coordinamento per la Pace – Trapani
28/12/2020
Filed under: Antifascismo, Antirazzismo, C.I.E. "Serraino Vulpitta", Comunicati, Documenti, No C.P.T./C.I.E./C.P.R., Territorio

Vent’anni fa si consumava a Trapani la più grande tragedia dell’immigrazione legata all’universo detentivo costituito dai centri di permanenza temporanea.
Il rogo in cui persero la vita Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim all’interno del “Serraino Vulpitta” rimane un momento fondamentale per comprendere il dramma dell’immigrazione in Europa. Una strage avvenuta sulla terraferma, a due passi dalle nostre case, all’interno di una struttura voluta e concepita dalle istituzioni per annientare la libertà degli “indesiderati”. Una tragedia per la quale la giustizia italiana non seppe individuare alcun colpevole.
Se dovessimo fermarci ai numeri, la storia delle migrazioni contemporanee ha certamente registrato (e continua purtroppo a farlo) stragi ben più consistenti.
Non è una questione di numeri, ovviamente. Anche una sola esistenza sacrificata sull’altare delle frontiere rappresenta un delitto insopportabile nei confronti dell’umanità intera. Proprio per questo motivo, le sei vittime del “Serraino Vulpitta” continuano a chiamarci in causa, ancora oggi.
Dopo vent’anni, nell’analisi della fase attuale, siamo costretti – ancora una volta – a denunciare le problematiche di sempre.
I centri di detenzione (che oggi si chiamano CPR – Centri per il Rimpatrio) sono ancora attivi, anche se in misura ridotta. I canali legali di ingresso in Italia sono sempre inaccessibili con il risultato che la gente continua ad affrontare viaggi pericolosissimi per mare e per terra.
La criminalizzazione nei confronti dei migranti e di tutte le minoranze continua ad avvelenare il clima politico già abbastanza intossicato dalla propaganda dei cosiddetti “sovranisti” (un eufemismo dietro al quale si nascondono i soliti razzisti e fascisti) e dai loro media di riferimento.
Nel momento in cui scriviamo, le navi Mare Jonio e Alex (della piattaforma solidale Mediterranea) e la Eleonore della Ong Lifeline sono ancora bloccate nei porti per effetto del decreto sicurezza bis e della feroce campagna politica e mediatica che si è dispiegata negli ultimi due anni contro le organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare aperto. Pertanto, se qualcuno aveva sperato in un qualche segnale di discontinuità con l’insediamento del nuovo governo e la scomparsa della Lega dall’esecutivo, ha fatto male i conti.
Tanto per fare un esempio, con una circolare del 19 Dicembre il Ministero dell’Interno ha dato esecuzione a quanto previsto dal primo decreto sicurezza voluto dall’ex ministro Matteo Salvini: l’abrogazione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Questo significa che dal 1° Gennaio i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria saranno esclusi dal sistema dell’accoglienza con tutte le prevedibili conseguenze in termini di precarietà, impoverimento, disperazione. Un rischio concreto di fronte al quale, solo nelle ultime ore, il Viminale ha promesso che nessuno sarà lasciato per strada. Vedremo.
Di sicuro, le uniche condizioni che, nel corso degli anni, si sono mantenute costanti sono quelle che garantiscono lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati (come nelle campagne della provincia di Trapani, ad esempio), la tratta delle prostitute, la clandestinità diffusa, i lauti affari del padronato e delle mafie sotto lo sguardo indolente e complice delle stesse istituzioni.
Nonostante l’intollerabilità di un sistema profondamente ingiusto e ipocrita, la propaganda razzista ha sfondato nell’immaginario collettivo della società italiana, sempre più carica di livore e disprezzo nei confronti degli immigrati, considerati – oggi più di ieri – il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona in questo paese.
A noi sembra, invece, che le cause della crisi dalla quale l’Italia non sembra in grado di uscire siano riconducibili a ben altro. Non è colpa degli immigrati se in Italia il lavoro non c’è o, se c’è, è sottopagato e precario. E non è colpa degli immigrati se in molte aree del paese (specialmente al Sud) si stanno consumando veri e propri drammi occupazionali (si pensi all’Ilva di Taranto, alla Whirlpool di Napoli, ad Almaviva a Palermo, alla Blutec di Termini Imerese, ma anche alla clamorosa chiusura di Mercatone Uno a Bologna o alla crisi delle acciaierie di Piombino).
E, restando ancorati a questo territorio, non ci sembra che sia stato per colpa degli immigrati se l’aeroporto civile di Birgi è sprofondato nella crisi che tutti conosciamo o se i Cantieri navali di Trapani sono andati letteralmente in malora.
Le responsabilità del disastro del sistema paese vanno ricercate, invece, in una classe politica impreparata e impresentabile, nella ferocia di un sistema capitalistico sempre più vorace e predatorio, nel progressivo indebolimento della coscienza civile e democratica di tutto il corpo sociale, sempre meno abituato a battersi per i propri diritti, sempre meno capace di distinguere le vittime dai carnefici, sempre meno avvezzo a riconoscere i soprusi e a valorizzare la solidarietà.
Eppure, un’altra Italia c’è e resiste, lo sappiamo bene. È l’Italia delle lotte che, seppur frammentate, cercano di porre un argine al dilagare della barbarie, alla devastazione dei territori, all’inquinamento, alla militarizzazione. È l’Italia delle associazioni e degli individui che si mobilitano per salvare vite umane contrastando materialmente gli effetti nefasti delle politiche razziste. C’è un’Italia che – da Nord a Sud – costruisce reti solidali per far fronte alla povertà, ai licenziamenti, alla mancanza di lavoro o di alloggi, al razzismo, alle discriminazioni di ogni tipo.
È un’Italia la cui voce viene sommersa dagli strepiti di un dibattito pubblico sguaiato e intossicato. In questo senso, ci sembra assai condivisibile pretendere dai politici un linguaggio più sobrio e una comunicazione istituzionale più trasparente e meno aggressiva. Ed è altrettanto condivisibile la mobilitazione per l’abolizione del decreto sicurezza, ci mancherebbe altro. Ma quando il doveroso contrasto alle destre razziste e fasciste è stimolato quasi esclusivamente da mere esigenze elettorali, senza essere sostenuto da una analisi complessiva delle dinamiche sociali e politiche che ci hanno portato alla condizione attuale, il rischio è quello di non cogliere le contraddizioni del sistema e le responsabilità vecchie e nuove dei finti progressisti che governano il paese e che, di fatto, spianano la strada alle oscene provocazioni dei reazionari.
Coordinamento per la Pace – Trapani
28/12/2019

